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L'Iran verso il voto: sondaggi, Rohani in vantaggio su Raisi

Passanti davanti manifesti elettorali - EPA

Passanti davanti manifesti elettorali - EPA

Oltre 56 milioni di iraniani sono chiamati il 19 maggio alle presidenziali nella Repubblica islamica. Un voto cruciale che dovrà decidere se confermare il presidente uscente, il riformista Hassan Rohani, o scegliere il conservatore Ebrahim Raisi, custode del santuario dell'Imam Reza a Mashhad. Il servizio di Giada Aquilino:

Su sei candidati ammessi dal Consiglio dei Guardiani, la sfida è tra il moderato riformista Hassan Rohani, presidente uscente che nel 2015 ha siglato coi mediatori internazionali l’accordo sul nucleare di Teheran, e il conservatore Ebrahim Raisi, ritenuto vicino alla Guida suprema, l’ayatollah Sayyed Ali Khamenei. Nella lista, tra gli altri, figurano anche il primo vicepresidente, Es-Hagh Jahanguiri, e il sindaco conservatore di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf. A quattro giorni dalle presidenziali in Iran, gli ultimi sondaggi danno riformisti e moderati al 41,8%, i conservatori al 23,3%. Ma c’è un altro dato che emerge, come spiega Annalisa Perteghella, ricercatrice dell’Ispi:

“Gli indecisi sarebbero tra il 40 e il 50 per cento, quindi potrebbero decisamente ribaltare il risultato delle elezioni. Rohani è stato sì premiato per aver concluso l’accordo nucleare ed aver portato in qualche modo l’Iran fuori dall’isolamento internazionale, al contempo però questo accordo non ha avuto gli effetti che si speravano perché l’economia iraniana è ancora lungi dal riprendersi dagli anni di sanzioni. Questo ha dato modo ai suoi avversari, soprattutto a Raisi e Ghalibaf, che sono appunto due avversari del fronte conservatore, di dipingerlo come un presidente che non è stato in grado di apportare fiducia all’economia del Paese e soldi sulla tavole degli iraniani”.

Il confronto non è soltanto sui risultati dell’intesa riguardante i programmi atomici iraniani, ma anche sul campo dei conti, del fisco, dell'occupazione, delle sovvenzioni ai meno abbienti:

“Gli scarsi risultati della liberalizzazione economica, dopo l’allentamento delle sanzioni, non sono totalmente imputabili a Rohani, perché l’economia iraniana ha delle carenze strutturali: ci sono delle forti resistenze alla liberalizzazione e all’apertura dell’economia che è in buona parte in mano ad apparati parastatali vicini, ad esempio, alle Guardie della rivoluzione, i Pasdaran. Il presidente può fare ben poco. Credo che l’economia sia la vera quesitone che deciderà queste elezioni. È sicuramente un momento migliore rispetto al 2013, quindi alla precedente tornata elettorale perché Rohani ereditava una struttura economica da Ahmadinejad decisamente in rovina, vuoi per le sanzioni, vuoi per le sue politiche populiste. L’inflazione si è decisamente abbassata, il Pil è tornato a crescere. Al contempo però ci si aspettava che gli effetti dell’accordo si potessero sentire anche a livello concreto tra la popolazione. Così non è stato o non è stato abbastanza”.

Oltre 56 milioni gli aventi diritto al voto: se il 19 maggio nessuno dei candidati dovesse arrivare alla soglia del 50% delle preferenze, si andrebbe al secondo turno il 26 maggio. Nel 2013 Rohani riuscì nell'impresa al primo turno, raggiungendo il 50,71%. Al suo fianco si è schierato l’ex presidente riformista Mohammad Khatami, ma cruciale rimane il voto dei giovani:

“Secondo gli ultimi sondaggi la maggioranza dei giovani voterà per Rohani. Però l’incognita dell’astensione è alta. La sorpresa maggiore sarebbe se Rohani non riuscisse ad ottenete la maggioranza assoluta e quindi si dovesse andare al ballottaggio: un presidente uscente non è mai andato ballottaggio. Se dovesse accadere questo, si potrebbe compattare il fronte conservatore - che al momento è al 20 per cento per Ghalibaf e poco di più per Raisi - e quindi questo potrebbe rappresentare una seria sfida per Rohani”.