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Afghanistan: Is rivendica attacco a tv di Stato di Jalalabad

Jalalabad. Attacco alla tv di Stato - EPA

Jalalabad. Attacco alla tv di Stato - EPA

Questa mattina a Jalalabad, in Afghanistan, un commando di quattro uomini ha attaccato la sede della tv di Stato. Due attentatori si sono fatti esplodere e altri due sono stati uccisi dalle forze di sicurezza. Sei i feriti. Il sedicente Stato Islamico ha rivendicato l’azione, mentre nel Paese continua la lotta anche contro i Talebani. Massimiliano Menichetti ha intervistato Marco Lombardi, professore di Sociologia e Comunicazione presso l’Università Cattolica e direttore del centro per lo studio del terrorismo dell’ateneo milanese:

R. – Stanno nettamente peggiorando le cose, come ci si stava aspettando. L’attacco di oggi a Jalalabad: siamo a Est dell’Afghanistan, ai confini con il Pakistan, quindi in quell’area in cui Daesh o Is sta cercando di penetrare da un paio di anni. Ricordiamoci anche che è quell’area sulla quale gli americani hanno lanciato recentemente quella che hanno chiamato “la madre di tutte le bombe”, proprio per andare ad attaccare l'Is in quella zona. In questi ultimi mesi, la penetrazione di Daesh è aumentata in maniera significativa proprio per costruirsi e raggiungere quella sua roccaforte nelle aree non controllate sul confine afghano-pakistano e dall’altra ha cambiato decisamente strategia, andando a ingaggiare per la prima volta con una certa sistematicità le forze afghane.

D. – Cosa dicono i numeri sulle stime dei combattenti?

R. – La stima è variabile: gli americani parlano di 800 combattenti di Daesh in Afghanistan; il governo afghano parla di 1500-2000 – staremo a vedere. Ma certo c’è una forte dinamizzazione in quel teatro, con un incremento dell’instabilità e dell’incertezza: un po’ il lascito di ormai 15 anni di guerra.

D. – Nel frattempo l’Afghanistan annuncia la riconquista del distretto di Konduz, dove il combattimento in questo caso è contro i Talebani, quindi la lotta anche contro i Talebani è tutt’altro che finita?

R. – Non è mai assolutamente finita. Dobbiamo considerare l’Afghanistan come una struttura – anche se dal piano del combattimento e degli interessi a macchia di leopardo – molto diversificata tra le diverse zone: e questo è il primo aspetto. Il secondo aspetto: ultimamente, in particolar modo, c’è una grande difficoltà a capire quali siano chiaramente i rapporti tra Daesh e i Talebani. C’è una certa confusione, diciamo così, sul campo. E’ del tutto probabile che ci siano anche alleanze tattiche opportunistiche, come il terrorismo ha sempre saputo fare …

D. - … anche se sono però in conflitto tra loro …

R. – Il nemico unisce molto di più di quanto ci si possa aspettare dal punto di vista delle dichiarazioni. Quindi tutte le analisi mettono un punto di domanda su quale sia il reale rapporto tra le due componenti, anche se formalmente in conflitto.

D. – La Nato ha di fatto ribadito la disponibilità ad inviare forze sul terreno in Afghanistan; già il presidente Trump si era detto pronto all’invio di 3-5 mila uomini sul territorio. Qual è lo scenario, secondo lei?

R. – Non mi preoccupa l’aumento dei militari sul campo, ma questi devono essere accompagnati da una logica politica forte, da una prospettiva politica forte; altrimenti si va avanti a reiterare zone di conflitto per decenni, come è stato fatto finora.

D. – Ma il governo centrale sembra perdere terreno sempre più: mancanza di rappresentatività e quindi mancanza di forza …

R. – Il governo centrale afghano è fallimentare; d’altra parte, ogni sostituzione violenta di governo è stata un fallimento, negli ultimi 30 anni: dal Nord Africa al Centro Asia passando per l’Iraq o quant’altro, questo interroga tutti.

D. – Cosa è auspicabile?

R. – Serve andare verso nuove forme di governo globale; serve che le Nazioni Unite o assumano un nuovo ruolo o diventino nuove istituzioni condivise; invece in realtà in questo momento la governance globale è di per sé una lotta di conflitto tra pochi, in cui anche il terrorismo è un oggetto del conflitto e spesso uno strumento degli interessi politici.