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Istat: in Italia crescono le diseguaglianze, calano le nascite

Giorgio Alleva, presidente Istat - ANSA

Giorgio Alleva, presidente Istat - ANSA

Un Paese vecchio, l’Italia, fatto di impiegati e di pensionati, e un Paese in cui aumentano le diseguaglianze. Lo dice il Rapporto annuale 2017 dell’Istat presentato stamattina nella Sala della Regina di Palazzo Montecitorio dal presidente dell’Istituto, Giorgio Alleva. Ancora in calo le nascite. E di fronte ad una ripresa moderata dell’economia, a subire di più gli effetti della crisi sono le famiglie degli stranieri. Il servizio di Adriana Masotti:

La diseguaglianza sociale non è più solo la distanza tra le diverse classi, ma la composizione stessa delle classi. E’ da questa analisi che si muove la mappa socio-economica dell'Italia tracciata dal Rapporto Istat: le diseguaglianze tra classi sociali aumentano, ma anche quelle all'interno di esse e a causa della frammentazione del mondo del lavoro si va perdendo l’identità stessa di 'classe'. Ne parliamo con Andrea Cutillo, vice coordinatore del Rapporto di quest'anno:

"Per disuguaglianza intendiamo fondamentalmente disuguaglianza dal punto di vista dei redditi all’interno dei diversi gruppi e delle diverse classi sociali. Sicuramente, la situazione della società italiana si è molto complicata, nel senso che ci sono interi gruppi di popolazione che prima semplicemente non c’erano. Basta pensare agli stranieri che ormai sono oltre l’otto percento della popolazione. Inoltre il mercato del lavoro è ancora più complesso; tanto per dire, esistono tante nuove forme contrattuali di lavoro: siamo andati verso l’aumento del part time, verso l’aumento delle collaborazioni … Tutte cose che un tempo non esistevano".

Complesse le dinamiche istruzione/occupazione: per l'Istat giovani con alto titolo di studio sono occupati in modo precario, e tra gli esclusi dal mondo del lavoro ci sono sempre più gli immigrati, a cui spesso non viene riconosciuto il titolo di studio conseguito. In tutto circa 5 milioni quelli residenti in Italia soprattutto al Centro Nord: romeni, albanesi e marocchini i più numerosi. Andrea Cutillo:

"Parto dagli immigrati: per tanti casi non c’è proprio la possibilità del riconoscimento del titolo di studio dal punto di vista legale tra Paese di origine e Paese italiano; per quanto riguarda invece il legame tra istruzione e lavoro bisogna stare un po’ attenti nel senso che comunque l’istruzione è – non dico l’unico modo – forse però il modo principale per riuscire a tutelarsi sul mercato del lavoro. In questo momento, è vero, anche i giovani con elevati titoli di studio incontrano delle difficoltà; tra i giovani occupati quasi la metà – più del 40 percento – si trovano in condizioni di “sopra –istruzione”, cioè le mansioni che svolgono sono inferiori rispetto al loro titolo si studio".

A proposito ancora di diseguaglianze, l’Istat rileva che la spesa per consumi delle famiglie ricche, della 'classe dirigente', è più che doppia rispetto a quella dei nuclei all'ultimo gradino della piramide disegnata dall’Istituto cioè 'le famiglie a basso reddito con stranieri'. Capacità di spesa ridotta significa anche meno opportunità.

Capitolo tempo libero: un sogno per le donne, che se sono casalinghe lavorano 49 ore settimanali, e in genere per gli adulti e per i gruppi sociali a basso reddito. Non così tra i giovani, i maschi più delle ragazze, ma a seconda del reddito delle famiglie cambia la qualità del modo di viverlo: i giovani della classe dirigente svolgono più frequentemente attività culturali, sportive, corsi extra scolastici e dedicano meno tempo alla tv, che invece occupa buona parte del tempo libero dei giovani che vivono in famiglie a basso reddito.

Le fratture che caratterizzano il Paese vengono confermate: "persiste il dualismo territoriale: è nel Mezzogiorno infatti che sono più presenti gruppi sociali con profili meno agiati".

Infine, nel 2016 si è registrato un nuovo minimo delle nascite (474mila) e al 1 gennaio di quest’anno la popolazione residente si attesta a  60,6 milioni. Il numero medio di figli per donna è di 1,34, il saldo naturale cioè la differenza tra nati e morti segna nel 2016 il secondo maggior calo di sempre (-134mila), dopo quello del 2015. Dunque l'Italia è un Paese sempre più vecchio: la quota di individui di 65 anni e oltre ha raggiunto il 22 per cento, collocando il Paese "tra quelli a più elevato invecchiamento al mondo". Ancora Andrea Cutillo:

"Il forte calo delle nascite è un problema perché porta ad un invecchiamento della popolazione. La cosa è preoccupante anche perché l’Italia è un Paese in invecchiamento come ad esempio anche la Germania, però la differenza è che noi non abbiamo più la componente dell’immigrazione che possa compensare questo fenomeno. Soprattutto sta succedendo una cosa anche normale, se vogliamo: gli stranieri che sono nel nostro territorio assumono gli stessi nostri comportamenti e già da qualche tempo stanno facendo meno figli rispetto a prima".