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Race for the cure: di corsa contro il tumore al seno

La manifestazione "Race for the cure"a Roma

La manifestazione "Race for the cure"a Roma

Tre giorni dedicati alla salute, allo sport, alla speranza perché dal tumore al seno si può guarire. E’ il messaggio di “Race for the cure”, giunta al 18.mo anno, che prende il via oggi al Circo Massimo con una serie di iniziative dedicate alla solidarietà e che culminerà domenica con la corsa di 5 km per le donne guarite dal cancro alla mammella. Un modo per sensibilizzare, informare e raccogliere fondi per i nuovi progetti della Susan Komen Italia nella lotta ai tumori. Ce ne parla Benedetta Capelli:

Una maglia e un cappellino rosa, un sorriso che arriva dopo la battaglia, i capelli ricresciuti e la voglia di dire a tutti che si può guarire anche dal tumore al seno. Ad indossarla sono le donne della “Race for the cure” che da 18 anni, grazie alla Susan Komen Italia, corrono o passeggiano per le strade di Roma come paladine della speranza. Al Circo Massimo, a partire da oggi sono in calendario iniziative volte a promuovere percorsi di salute, laboratori di sana alimentazione e stage di approfondimento su varie discipline sportive. Domenica la corsa di 5 km e la passeggiata di 2: un modo anche per raccogliere fondi, dal 2000 infatti sono 3 i milioni di euro raccolti e 400 i progetti promossi dall’associazione Komen. Il dott. Stefano Magno, responsabile del servizio di terapie integrate presso il centro di senologia del Policlinico Gemelli di Roma spiega così il senso dell’iniziativa:

R. – Da 18 anni porta avanti un discorso innanzitutto di sensibilizzazione nei confronti di una malattia – quella del tumore al seno e in generale dei tumori – che costituiva un tabù culturale e che rendeva l’esperienza di aver vissuto questa malattia come un problema socialmente e personalmente molto impegnativo. Oggi possiamo dire che a distanza di tanti anni, questo tabù è sicuramente ridotto e che c’è stato un cambiamento culturale, per cui le nostre cosiddette “donne in rosa”, cioè le donne che hanno affrontato un tumore del seno, oggi si rendono riconoscibili, in occasione di questa manifestazione, con una maglietta rosa e quindi, da un lato fanno vedere al pubblico che purtroppo è una malattia socialmente ancora molto frequente, ma dall’altro che se ne può uscire anche vittoriosi.

Un messaggio positivo a fronte di una malattia che colpisce attualmente in Italia una donna su nove, 50 mila sono i casi ogni anno di tumore al seno. Secondo recenti studi è quindi una malattia in crescita ma la diagnosi ormai è sempre più precoce. I dati relativi alla mortalità sono in riduzione ovunque però siano state adottate determinate misure di sorveglianza e di trattamento. Fondamentale investire sulla prevenzione con uno stile di vita sano, un peso nella norma e una passeggiata ogni giorno, così si prevengono 4 tumori su 10. Dopo i 40 anni è consigliabile fare una visita specialistica, una ecografica e la mammografia. Giulia Diamanti ha scoperto il cancro, dopo la gravidanza, a 37 anni, nel corso di un controllo di routine. L’amara verità e poi l’inizio di una battaglia senza tregua:  

R. – Fatta l’ecografia, fatta la mammografia, mi hanno chiamata nella stanza e quello è stato un momento che ricorderò per tutta la vita, era l’11 febbraio. Il medico, molto bravo tra l’altro, si mise seduto e mi disse: “qui c’è solo da capire lo stadio”. Per me quelle erano parole che avevo sentito solo nei film. E’ passato un mese, quello della diagnosi, ed è stato terribile. Avevo allora un bambino che non aveva ancora due anni, lo guardavo la sera e dicevo: “chissà quanto potrò stare ancora con lui”. Per fortuna il tumore aveva preso i linfonodi ma non era andato oltre. E’ iniziata così la battaglia, ho fatto sette mesi di chemioterapia, ho fatto una mastectomia con ricostruzione, quindi un intervento radicale. Ho scoperto di avere una mutazione genetica che fa salire dal 60 all’80 per cento le probabilità di ammalarsi di  un tumore al seno, come era accaduto a me, o di avere un tumore ovarico: per cui ho dovuto fare anche un doppio intervento, togliere ovaie e tube, rinunciare al secondo figlio. Quelli sono i momenti in cui ti rendi conto quali sono le cose importanti della vita, le priorità: per cui ce la metti proprio tutta, perché ci devi proprio credere. Quindi vai avanti ogni giorno pensando che è una cosa che tu puoi sconfiggere. Io oggi mi sento una sopravvissuta. Da una parte è stata una esperienza molto dolorosa, però dall’altra molto, molto bella per quello che sono diventata dopo questa esperienza. E non è un pensiero mio ma di tutte le donne che ho incontrato nel mio cammino e che sono guarite, anche da più anni rispetto a me, tutte mi dicono: “se io non avessi avuto il cancro oggi non vivrei come sto vivendo”.