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In "Baciami senza rete" Paolo Crepet affronta le nuove tecnologie

Paolo Crepet, autore del libro: "Baciami senza rete" - RV

Paolo Crepet, autore del libro: "Baciami senza rete" - RV

“Questo libro nasce da una scritta vista su un muro di Roma: spegnete Facebook e baciatevi”. E’ Paolo Crepet, noto psichiatra e sociologo, ad introdurre così il suo ultimo libro dedicato alla tecnologia digitale che porta il titolo: “Baciami senza rete”, edito da Mondadori. Una scritta che per Crepet risulta “fantastica sintesi di un pensiero non conformista, una sfida all'arrancare quotidiano di milioni di formiche, tra casa e ufficio, tra palestra e centri commerciali, obbligate a connettersi e a essere connesse senza requie, senza pensiero, senza dubbio”. La sua è un’analisi appassionata, ma libera da pregiudizi, della condizione dell'individuo e dei rapporti tra le persone nel mondo interconnesso in cui oggi tutti viviamo, giovani e adulti. Dal 2004 direttore scientifico della Scuola per genitori, l’autore invita in particolare insegnanti e educatori a risvegliare lo spirito critico dei cosiddetti «nativi digitali» e a indicare loro una visione del mondo in cui sia bello vivere. Ascoltiamo Paolo Crepet nell’intervista di Adriana Masotti:

D. – Paolo Crepet, iI suo non è - lei lo precisa subito - un libro contro le nuove tecnologie digitali ma vuole aprire un dibattito sulle conseguenze dell’uso o dell’abuso di queste tecnologie. E lei parla di una “strabiliante e inattesa mutazione antropologica in atto”. Sono parole piuttosto pesanti…

R. – No. E’ il minimo che si possa dire perché credo che vedere dei bambini e degli adolescenti oggi che sono nati con la tecnologia digitale, vedere come sono cambiati è un’osservazione banale. Quindi visto che io non sono nel libro paga della Facebook o di WhatsApp mi permetto di dirlo e credo di incontrare la perplessità e le paure di tanti genitori italiani e di tanti insegnanti. Questo lo vedo tutti i giorni, quindi so di che cosa sto parlando. Ma poi credo che sia sotto gli occhi di tutti…

D. – In effetti, come diceva lei, i cambiamenti di comportamento li vediamo anche in noi stessi, nelle nostre famiglie, a scuola: ci vediamo dipendenti, controllati, ansiosi. Vuol dire qualcosa in particolare, perché sono tra i temi che lei affronta, a proposito di WhatsApp oppure di Facebook?

R. – Facebook contiene un problema perché chiama i suoi clienti “amici” mentre siamo solo clienti di Facebook, perché Facebook è un’azienda e noi siamo iscritti ad un’azienda. Questo è un problema, io lo cito come un problema, dopodiché si richiede anche una certa responsabilità da parte di ognuno, perché lei parla giustamente di bambini e di adolescenti ma il problema è che l’esempio viene da noi, cioè da una società dove genitori, insegnanti, etc., sono costantemente sul telefonino e questo è un problema.

D. – Lei sostiene che è la nostra stessa identità a mutare: il grado di autostima, la paura dell’esclusione, il nostro modo di pensare, di scrivere…

R. – Certo, la scrittura ad esempio sta cambiando in maniera vorticosa perché, se l’esercizio della scrittura avviene su una cosa come Twitter, se risolviamo il problema della scrittura e quello correlato della lettura a una sorta di breve incipit del nulla, questo è un problema perché vuol dire anche ridurre la complessità delle questioni sociali, la politica della nostra comunità, l’economia. Quindi diventeremo tutti dei superficiali.

D. – Un tema molto interessante è quello della creatività e della necessità di scambio tra persone in carne ed ossa perché nascano delle idee. Lei cita anche Jobs stesso che diceva pressappoco così: bisogna andare a prendersi un caffè per inventare qualcosa…

R. – Sì, perché c’è la realtà che ti dice cosa devi fare, non è la tua fantasia autarchica promossa in una stanzina blindata con la connessione iperveloce. Io sono terrorizzato dall’idea che la conversazione possa morire, perché la conversazione è la fabbrica di ogni pensiero, la conversazione è la possibilità di essere impollinati e quindi di ricevere dagli altri uno strumento,  un consiglio, una provocazione, una negazione. Lei pensi a cosa vuol dire vivere nella repubblica del “sì”: è una cosa terrificante, di cui i giovani forse non si rendono conto. La repubblica del “sì” è la repubblica dei “like”, del “mi piace”; non esiste il “non mi piace”, Facebook l’ha cancellato!

D.  – Centrale mi sembra alla fine il tema educativo. Lei dice: non siamo antitecnologici, ma solo umani. Che fare allora per non perdere la nostra umanità?

R. - Don Milani diceva che i bambini devono imparare a dire di no. Io credo che i no non chiudono la via, aprono la strada. Dobbiamo insegnare ai nostri figli a essere meno conservatori e a esercitare di più il loro senso critico, però devono vedere da qualche parte un adulto che lo fa. Noi abbiamo la responsabilità di indicare ai nostri figli qual è la visione del mondo in cui noi vogliamo andare a vivere. E se il mondo è fatto di una monade in cui  tutti si chiudono e nessuno parla più con l’altro, nessuno si accarezza, nessuno ti raccoglie una lacrima, questo è un mondo orribile.