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A Cannes mons. Viganò incontra il regista Wim Wenders

Mons. Dario Edoardo Viganò e Wim Wenders - RV

Mons. Dario Edoardo Viganò e Wim Wenders - RV

Nell’ambito del “Festival sacro della bellezza” organizzato ogni anno a Cannes affiancando quello Internazionale del cinema, si terrà domani alle ore 12 nella Chiesa di Notre-Dame de Bon Voyage, vicina al famoso Palazzo del Cinema, un incontro tra mons. Dario Edoardo Viganò, Prefetto della segreteria per la comunicazione, e il regista tedesco Wim Wenders, sul tema “Cinema e spiritualità”. Il servizio di Luca Pellegrini:

Al Festival di Cannes non ci sono soltanto tappeti rossi, star del cinema, applausi e critiche rivolte ai più importanti registi del mondo che accettano la competizione, discussioni e mercato, le attenzioni dei media ai mondi dell’arte e dell’effimero, e produttori che guardano al futuro del cinema con progetti che iniziano proprio lì il loro percorso. A Cannes si è ritagliato un proprio spazio, in questi giorni vorticosi di proiezioni, il “Festival Sacré de la Beauté” (Festival sacro della bellezza) che prevede, tra gli appuntamenti in programma, una tavola rotonda sulla responsabilità proprio dei produttori di realizzare film di spessore culturale, un incontro di preghiera offerto a tutti gli attori e ai professionisti del cinema, alcune proiezioni e concerti. Per aprire il Festival è stato organizzato un incontro speciale e particolare, quello tra il Prefetto della Segreteria per la comunicazione mons. Dario Edoardo Viganò e il regista tedesco Wim Wenders.  Parleranno di “Spiritualità e cinema”. Il confronto sarà profondo: le due personalità abitano mondi diversi ma molti temi e interessi li avvicinano, oltre che una profonda e antica amicizia. Mons. Viganò spiega lo spirito che animerà questa conversazione.

R. – L’incontro nasce in occasione dei 70 anni del Festival di Cannes ed è un incontro che riunisce la giuria ecumenica, la Conferenza episcopale, molti produttori, molti registi e questo dialogo con Wim Wenders vuole proprio cercare di capire come il Cinema, la settima arte, sa anche aprire percorsi per ciò che dal visibile conduce all’invisibile, a quell’invisibile che è fatto di passione, di sentimento, che è fatto appunto di quella esperienza del religioso, molto spesso non cristianamente determinato, ma che invece nei film di Wenders ha un atteggiamento e una determinazione fortemente cristiana. Pensiamo ad esempio agli angeli di Wenders, che sono così lontani dal cascame devozionale e invece provengono direttamente da Dante, da Riłke, dall’esperienza della letteratura biblica. Quindi è un dialogo che cerca di scoprire proprio come l’intelaiatura della narrazione cinematografica può attrarre lo sguardo, l’intelligenza e il cuore dello spettatore per intraprendere cammini che sanno indicare l’orizzonte trascendente.

D. - Wim Wenders nella cinematografia è molto attento all’uomo e a tutto ciò che l’uomo fa di bene o può fare di male. Questa attenzione all’umano di Wenders poi in qualche modo si apre alla trascendenza?

R.  – A me pare proprio di sì. Penso, ad esempio, anche alle riflessioni che Wenders ha fatto con i documentari di questo ultimo periodo - che è esattamente una narrazione di forte carica poetica - che sanno dialogare con i movimenti del cuore. Dunque è un umano che sa almeno aprire lo sguardo su ciò che rimanda e rimanda all’esperienza di Dio, all’esperienza della bellezza, all’esperienza del vero, all’esperienza del bene. E in fondo è un’attenzione all’umano molto diversa ma non contrapposta, per esempio, alla Palma d’oro del 2016. Penso appunto a Ken Loach, “Io, Daniel Blake”, dove, anche lì, c’è un racconto delle periferie umane, di un sottoproletariato, quello che in qualche modo è l’erede di Pierpaolo Pasolini, ma che mostra come, attraverso la denuncia rispetto alla burocrazia che molto spesso schiaccia chi è disgraziato, può accendere una storia di speranza, grazie all’atteggiamento del perdono e della misericordia. Quindi mi pare che tutto ciò che è indagine profonda dell’umano in qualche modo è anche apertura allo Spirito.

D. – Lei ha frequentato in qualità di presidente dell’ente dello spettacolo per tanti anni la Mostra del Cinema di Venezia e ora si appresta a incontrare Wenders in un festival così importante, come Cannes. Secondo lei la Chiesa riesce a ritagliarsi in questi avvenimenti, che sono anche molto mondani, un suo spazio per dire e per portare la propria idea?

R. – Credo che l’esperienza di un uomo, di una donna di Chiesa, è l’esperienza anzitutto di un testimone. Certo, un testimone non abitato dalla stessa logica mondana e quindi che sa offrire ciò che ha, ovvero il bene prezioso del Vangelo che è un abbraccio spalancato nei confronti di ogni uomo e di ogni donna, è un Vangelo che non giudica, è un Vangelo che accoglie, che costruisce ponti e tutto questo in una competenza che permette dialogo, a volte simpatia, che sfocia in amicizia e, perché no, in alcuni progetti comuni come, ad esempio è avvenuto con Wim Wenders, per un film che è stato annunciato qualche giorno fa a Cannes, “Papa Francesco un uomo di parola”.