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Papa: istituzioni rispettino vita. Gambino: no a cultura dello scarto

Il Papa con un bimbo malato - AFP

Il Papa con un bimbo malato - AFP

“Il futuro delle nostre società richiede da parte di tutti, specialmente delle istituzioni, un’attenzione concreta alla vita”, così il tweet odierno di Papa Francesco che coincide con l’apertura dei lavori, a Roma, del XV Convegno nazionale di Scienza e Vita. "Rosso come l’amore, accanto alla persona malata tra scienza dedizione e normalità" è il tema della due giorni che vedrà confrontarsi scienziati, giovani ricercatori, studiosi, operatori sanitari e anche testimonial del mondo dello spettacolo riguardo al rapporto umano tra medico, paziente e familiari. Marco Guerra ne ha parlato con il direttore di Scienza e Vita, Alberto Gambino:

R. - Lo spirito è quello di mettere al centro il malato, il malato che non ha solo bisogno di una cura, di una terapia, per poter guarire ma accanto a questa ha bisogno di un’attenzione, di una vicinanza, di una dedizione: quando si è malati, certamente, si vuole uscire da questo stato di malattia ma soprattutto si vuole attenzione, si vuole una particolare dedizione e anche vicinanza da parte delle persone più care. Questo è “Rosso come l’amore” e cioè è proprio l’espressione amore che fa capire qual è l’altra faccia delle esigenze del malato che non è soltanto la cura fisica ma anche una cura al proprio essere che passa attraverso l’amore, passa attraverso la dedizione, perché il malato non ha solo una sofferenza fisica ma anche psicologica e spesso anche una sofferenza interiore. E’ proprio questa rete, che potremmo chiamare di solidarietà, lo strumento più efficace per talvolta anche convivere con la malattia e per convivere anche con una piena dignità c’è bisogno dell’aiuto degli altri: da soli non ce la si fa.

D.  – Questa riflessione avviene a pochi giorni dalla discussione in Senato sul testo del fine vita, dopo il passaggio alla Camera: la vostra riflessione riguarda anche questo Ddl?

R.  – Certamente riguarda anche questo Ddl perché l’attuale disegno di legge che ora va in Senato sul fine vita, sul testamento biologico, ha una debolezza che è quella di burocratizzare il rapporto medico-paziente a tal punto di ritenere spesso prevalenti anche le dichiarazioni del paziente, ma non il paziente che è in piena consapevolezza, il paziente che attraverso un testamento biologico si immagina ora per allora di non poter sopportare certe terapie, di non poter andare in certe situazioni, ma lo dice in un momento in cui ancora non è malato. Allora, nel momento in cui si rende rigida questa dichiarazione, questa disposizione, come se fosse un diktat, si va a svilire il ruolo del medico che invece in scienza e coscienza potrebbe trovare delle soluzioni che magari sono inibite proprio da queste dichiarazioni anticipate. Quindi è un tema molto delicato perché come effetto collaterale potrebbe indurre a una sorta di abbandono dei malati al loro destino perché il medico nel deresponsabilizzarsi implicitamente non è neanche sottoposto a una responsabilità civile e penale, e invece lo sarebbe se non assecondasse fino in fondo le dichiarazioni del paziente.

D. – “Il futuro delle nostre società richiede da parte di tutti, specialmente delle istituzioni, un’attenzione concreta alla vita”. Così il tweet odierno di Papa Francesco che suona come un’esortazione alla classe politica e alla società civile…

R. – Devo dire un tweet nella pienezza del magistero di Papa Francesco che ha sempre posto l’attenzione su quella che lui ha definito la “cultura dello scarto” e lo scarto talvolta, anzi purtroppo spesso, comincia proprio nell’ambito della fragilità della vita: la vita nascente, la vita nel suo stadio terminale e ovviamente tutta la vita che c’è in mezzo quando riguarda la disabilità, quando riguarda situazioni patologiche che sono croniche e vanno avanti. Quindi l’attenzione alla vita significa attenzione alla democrazia perché alla base di ogni democrazia e alla base direi della pace c’è il rispetto della vita umana. 

D.  – Dialogare con i giovani è un altro degli obiettivi dichiarati di questo convegno: come si può arricchire la coscienza dei giovani con la cultura della vita?

R. – Questo è davvero cruciale perché la gioventù odierna, i “nativi digitali” scindono la loro vita quotidiana da una sorta di realtà virtuale che talvolta non è per niente virtuale ma è semplicemente una realtà lontana da loro, fatta purtroppo di traffico di organi, fatto di bambini che muoiono in mare, di attentati che vengono visti come lontani… Dobbiamo in tutti i modi risvegliare le coscienze dei giovani. Noi nel convegno ci proviamo anche con delle testimonianze: c’è il regista di “Braccialetti rossi”, c’è il campione della nazionale di calciatori amputati, c’è un grande tenore… Tutta una serie di personalità che hanno a che fare con la fragilità, con la sofferenza e in un modo comunicativo, al passo col XXI secolo, vogliono trasporla verso l’attenzione di più giovani.