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Al cinema "Ritratto di famiglia con tempesta"

La famiglia protagonista del film “Ritratto di famiglia con tempesta” - RV

La famiglia protagonista del film “Ritratto di famiglia con tempesta” - RV

E’ nelle sale italiane “Ritratto di famiglia con tempesta” con il quale Kore-eda Hirokazu, ispirandosi alla grande lezione di uno dei maestri assoluti del cinema giapponese, Yasujiro Ozu, rinnova in questa piccola storia di famiglia un'intensità di visione nella quale molti spettatori si possono specchiare e ritrovare. Il servizio di Luca Pellegrini:

In una notte in cui uno dei tanti tifoni investe il Giappone, una famiglia si ritrova, una famiglia si confronta e alle luci dell’alba esce con maggiore consapevolezza del futuro, dopo aver finalmente accettato le difficoltà del loro presente. Ryota - il volto è quello espressivo di Abe Hiroshi - è il papà, che il mestiere di padre lo ha saputo far davvero poco, avendo inseguito altre velleità dopo che il suo matrimonio con Kyoko, che in quella situazione ritrova, è collassato e il lavoro si è fatto precario, rimanendo così un perdente e un sognatore. La madre di lui - Kiki Killin è la straordinaria e famosa attrice giapponese che la interpreta - aveva ben altre mire per il figlio, ma con la saggezza degli anziani porge parole e consigli senza prevaricare mai sulle persone e sulle libertà. Infine, c’è il piccolo Shinoda, un adolescente come tanti, che si aggrappa, come sempre accade in queste situazioni non facili, a quello che i genitori incarnano e offrono, e alla nonna, che è fonte di quiete e certezze. Kore-eda Hirokazu gira un film splendido, profondissimo, in cui le aspirazioni si infrangono nei tessuti urbani, sociali e familiari, che circondano e accompagnano i suoi personaggi, ma dove non manca quell’umanità sincera che ce li fa amare, pur nei loro fallimenti e negli spinosi angoli del loro carattere. Tre generazioni a confronto nel loro interfaccia con la realtà, attraverso cui il regista ci offre tanti spunti di riflessione e sembra abbia affermato: “Se, quando morirò, Dio dovesse chiedermi ‘Cosa hai fatto di buono sulla terra?’, penso proprio che gli farei vedere questo film”.  E’ così?

R. – Sì, nella fattispecie io devo dire che credo specificatamente di aver detto una frase più semplice: se Dio dovesse chiedermi appunto cosa ho fatto, direi che ho fatto questo film. Adesso sono all’undicesima pellicola e ovviamente tutti i miei film posso dire che sono miei figli, sono figli che amo, a cui voglio particolarmente bene, però questa opera in particolare, “Ritratto di famiglia con tempesta”, è quella che è più vivida per me, perché è il figlio, è il mio bambino che ha maggiormente recepito il mio codice genetico. Questo perché, come spesso succede anche con i bambini, ci può essere il bambino che assomiglia di più e quello che assomiglia di meno. Ci può essere quello più riuscito, meglio riuscito - ovviamente qui parlo delle pellicole - quella che magari ha portato un maggior incasso, ci sono tutte quante le varie tipologie. Sono tutte quante opere a cui voglio bene. Ma questa in particolare è quella che assomiglia di più a me come persona perché tratta di più di quelle che sono le mie esperienze.

D. - Il film più vicino al suo cuore e alla sua vita. E lei è vicino a quale dei suoi quattro personaggi?

R. – Più che dire quale dei personaggi sia più simile a me, più vicino a me, posso dire che ha giocato una grandissima componente il fatto che le riprese siano state fatte nel luogo in cui io sono cresciuto, con quelle località, quei luoghi. E il fatto di avere riportate le stesse battute di mia madre, ovviamente tramite la recitazione di un’attrice, ha avuto un riverbero molto importante per me perché si è trattato soprattutto di un film che è pieno dei miei ricordi.

D. - Il piccolo Shinoda non giudica mai i suoi genitori. Li cerca. Li guarda. Con affetto e con maturità…

R. – Sì, è così, anche perché nelle storie che io scrivo i bambini sono bambini adulti, a cui in realtà è stata anche tolta, sono stati privati della loro età dell’infanzia. Nel mio caso a me piace che a guardarci siano i defunti e i bambini. Questo è un po’ il tipo di scrittura che ho: le persone che ormai non sono più con noi, le persone defunte e i bambini ci guardano.