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Manila: 36 morti nel resort. Is rivendica ma polizia smentisce

Il dolore dei familiari delle vittime del rogo al resort di Manila - EPA

Il dolore dei familiari delle vittime del rogo al resort di Manila - EPA

Almeno 36 persone sono morte soffocate dal fumo la notte scorsa dopo l'assalto armato da parte di un uomo all'interno del casinò del Resorts World di Manila poco lontano dall’aeroporto della capitale filippina. Oltre 70 i feriti. La polizia tuttora sembra escludere la pista terroristica nonostante la rivendicazione dello Stato islamico anche attraverso l'agenzia ufficiale Amaq. Diverse ambasciate straniere comunque hanno esortato alla massima cautela i loro cittadini. Il servizio di Gabriella Ceraso:

Parlava inglese ma non si molto altro per ora sull’uomo dell’attacco al Casinò. E’ stato trovato morto al quinto piano dello stesso edificio in cui era entrato armato, aveva dato alle fiamme tavoli e sedie portando con sé una borsa piena di fiches. Forse dunque un furto dopo una perdita al tavolo da gioco. Da lì il panico nel casinò affollato intorno alla mezzanotte. La gente ha provato a salvarsi accalcandosi per le scale o lanciandosi giù dalle finestre, ma il fumo è stato fatale. Nessuno sparo sulla folla dunque e anche questo farebbe escludere la pista terroristica islamica, a cui però le Filippine non sono nuove, essendo culla negli anni “90 - come spiega l’islamista Renzo Guolo - degli antesignani dei jihadisti di oggi, il gruppo di Abu Sayyaf:

R. – La novità sostanziale è che questi gruppi, il gruppo Maute in particolare, facevano capo a Abu Sayyaf, hanno aderito all’Is, mentre fino a qualche anno fa erano gruppi qaedisti. Quindi non intendono più farne una questione meramente locale, ma si sentono parte, molto più di quanto avveniva in passato, di un conflitto al livello globale.

D. - Questo, che cosa ci dice anche della presidenza di Rodrigo Duterte? Serve anche a dare una prospettiva nuova?

R. - È evidente che Duterte cercherà di imporre l’ordine anche in una maniera che però dovrebbe evitare di produrre polarizzazione tra la popolazione, perché se la popolazione si sente schiacciata, potrebbe scegliere non più un atteggiamento passivo, ma una sorta di adesione identitaria. Una repressione indiscriminata su larga scala che colpisce non tanto lo jihadismo ma sostanzialmente i musulmani di Mindanao, non potrebbe che alimentare il bacino di reclutamento jihadista.

D. - Mettiamoci dalla parte dello Stato islamico. Queste rivendicazioni che arrivano anche quando anche la matrice non è loro: perché?

R. - Sappiamo che l’Is è in difficoltà soprattutto nel teatro siro-iracheno e ha bisogno di mostrare che quando anche fosse colpita duramente riesce a sopravvivere perché il suo sostrato ideologico è molto diffuso. Teniamo conto che oggi tutta l’Asia, tra l’altro, è oggetto di una competizione dura tra al Qaeda e l’Is. Al Qaeda ha guidato i processi di radicalizzazione, ma oggi abbiamo visto che c’è una penetrazione forte sia nell’area pakistana che in Afghanistan - abbiamo visto l’attentato dei giorni scorsi a Kabul -, ma colpisce anche tutto il Sud Est asiatico, le Filippine, la Malesia … Quindi è una partita che si gioca a chi compie l’atto eclatante che in qualche modo consenta anche di mostrare una capacità di azione che induce al reclutamento.

D. - Perché l’Asia, viste anche le difficoltà di viaggiare sia in Siria e in Iraq in quella zona anche per i foreign fighters, dovrebbe essere - in particolare Mindanao - la scelta forse più ovvia, migliore …

R. - Certo, diventa un nuovo fronte per la jihad, proprio perché ormai il blocco dell’area mesopotamica induce chi ha aderito allo jihadismo a entrare in scenari che sono in qualche modo già collaudati e in cui il controllo del territorio non è così forte come altrove per la presenza - appunto - di apparati militari imponenti. È il caso delle Filippine, almeno fino ad oggi.

D. - Cosa ci dobbiamo aspettare dal territorio delle Filippine, un Sud sempre più islamico e staccato da resto del Paese, secondo lei?

R. - Dipende anche da come andranno i negoziati tra il governo e quello che una volta si chiamava “il Fronte Moro” che ormai in qualche modo si è frantumato al suo interno con una parte di dissidenti ostili alla negoziazione. È chiaro che le popolazioni musulmane del Sud hanno storicamente sofferto una forte marginalità, ed è proprio la ricomposizione in un senso di larga autonomia che in qualche modo potrebbe consentire una convivenza. Fino a quando esisterà un conflitto locale su cui possono innestarsi istanze jihadiste, è evidente che diventa difficile riportare la situazione alla normalità. Stiamo andando tragicamente verso uno scenario simile a quello mediorientale in Asia, dove l’identità confessionale – appunto - si salda a quella etnica locale e questo induce poi fondamentalmente a conflitti che sembrano non negoziabili, perché non hanno più a che fare solamente con dimensioni territoriali, ma con dimensioni profondamente identitarie.