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20 giugno: Giornata mondiale del Rifugiato. Unhcr presenta gli eventi

Sudan, campo Unhcr per i rifugiati dal Sud Sudan - AFP

Sudan, campo Unhcr per i rifugiati dal Sud Sudan - AFP

Si celebra in tutto il mondo, il 20 giugno, la Giornata Mondiale del Rifugiato 2017, appuntamento annuale voluto dall’Assemblea generale dell’Onu, il cui obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione di milioni di rifugiati e richiedenti asilo. Oggi a Roma, l’Agenzia Onu per i Rifugiati, Unhcr,  ha presentato gli eventi in programma. Francesca Sabatinelli :

Una partita amichevole tra una squadra di stelle del calcio e dello spettacolo e una composta da richiedenti asilo e rifugiati, la Liberi Nantes, allo Stadio Tre Fontane di Roma; il Refugee Food Festival in quattro città italiane, Milano, Bari, Roma e Firenze; un’installazione presso il MAXXI e una mostra fotografica alla galleria Alberto Sordi a Roma e poi giornate di “porte aperte” nei centri di accoglienza “per promuovere occasioni d’incontro e di scambio tra i rifugiati e i richiedenti asilo e le comunità che li ospitano”. Sono questi alcuni degli eventi programmati in occasione della prossima Giornata Mondiale del Rifugiato.  A presentare oggi il calendario degli appuntamenti, alcuni dei quali anticipano il 20 giugno, altri invece che arriveranno a fine mese, è stata l’Agenzia Onu per i rifugiati, l’Unhcr, Carlotta Sami è la portavoce:

R. – A livello planetario, la situazione continua ad essere drammatica perché fondamentalmente ancora non si è trovata la capacità, essenziale, di risolvere i conflitti. I conflitti non si risolvono, si aggravano e il numero di persone costrette a fuggire aumenta. Quello che noi vediamo in Europa è un riflesso molto parziale di quello che si vive altrove, perché sono sicuramente più di 65 milioni queste persone ormai, e sono persone che però vivono per quasi il 90 percento in Paesi poveri. Quelli che arrivano qua quindi sono pochi, i rifugiati che vivono nell’Unione europea sono circa due milioni, sono pochi. Però è una difficoltà che vive comunque anche la società dei Paesi europei, perché questo afflusso è qualcosa di nuovo, che effettivamente l’Europa non era pronta a gestire. Ci troviamo quindi in Italia a capire quanto in realtà, con difficoltà, però si stia facendo di positivo per l’integrazione. Ed è questa Italia che vogliamo far vedere con questa Giornata. E non è un’impressione, ma è una realtà: centinaia di migliaia di italiani che nell’accoglienza e nell’integrazione lavorano, e lavorano anche bene. E lavorano anche in modi che non ci si aspetta: cioè imprenditori, che lavorano in piccole o grandi aziende, musei come il MAXXI, che espone opere di rifugiati o opere che parlano di rifugiati, ed è un museo contemporaneo. Quindi per noi ha senso: vivere la contemporaneità guardando anche un po’ più in là e mettendo insieme tutti quegli italiani che ogni giorno lavorano, perché hanno capito che questa realtà va trasformata in un modo che sia positivo per tutti, rifugiati e italiani.

D. – Sembrerebbe una stagione nera per i diritti umani e quindi per i diritti dei rifugiati…

R. – Noi non possiamo mai arrenderci di fronte a qualsiasi difficoltà. Sappiamo che anche laddove ci sono delle difficoltà si trovano degli spiragli. È incessante il nostro lavoro anche nel far comprendere che questa situazione deve innanzitutto essere gestita, per non travolgere le popolazioni che poi dopo eventualmente dovrebbero accogliere. In questo senso per noi è fondamentale che i Paesi che hanno più possibilità, finanziarie, di conoscenza, di preparazione ed esperienza, aprano le “vie legali”. L’esperienza dei corridoi umanitari è qualcosa che in realtà esiste da tempo, ma che deve enormemente essere aumentata per ridurre proprio i movimenti irregolari, ma soprattutto per dare un colpo, assestato in maniera decisiva, al traffico di esseri umani. Questa situazione ha visto anche il proliferare di reti di contrabbandieri che purtroppo aumentano le sofferenze e aumentano enormemente l’illegalità. Papa Francesco è per noi un grande alleato. Il nostro Alto Commissario ha incontrato il Papa e per lui è stato un momento molto importante. Papa Francesco non risparmia mai un pensiero per i rifugiati e i migranti, ha ben chiara qual è la situazione e qual è la necessità proprio di rinforzare questi canali legali, di sicurezza e di legalità, per far arrivare le persone ad una protezione senza dover passare attraverso le reti criminali.

A che punto è l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo in Italia? Daniela Capua, Direttrice Rete Sprar:

R. – Nonostante tutte le criticità oggettive che ci sono ancora, gli ultimi anni hanno comunque visto l’Italia avanzare moltissimo rispetto al proprio ruolo nella presa in carico dei richiedenti asilo che arrivano in Italia e che, attraverso l’Italia, vorrebbero poi in realtà distribuirsi tra tanti Stati membri europei. Per cui il sistema di accoglienza si è molto ampliato. Ciò detto, è vero però che il sistema di accoglienza complessivo è fatto in Italia ancora da più sistemi, per cui la maggior parte dei posti di accoglienza che sono – finalmente devo dire – distribuiti un po’ in tutta Italia mentre prima incombevano esclusivamente sulle Regioni del Sud, sono di tipo straordinario, sono i cosiddetti “centri governativi”, o Cas che dir si voglia e, quindi, sono centri temporanei, hanno degli standard minimi più bassi di quelli che sarebbero necessari per un effettivo percorso di integrazione per coloro che poi si fermeranno in Italia. Hanno anche in realtà standard disomogenei a seconda poi di chi li gestisce, o di come sono organizzate le strutture. E hanno comunque un carattere – appunto – di temporaneità. Per contro, c’è lo Sprar, che è invece un sistema ordinario e strutturato, ne sono titolari e responsabili esclusivamente i Comuni, che su base volontaria chiedono al ministero dell’Interno di poter aderire allo Sprar con un progetto di accoglienza e di integrazione. Gli standard minimi sono medio-alti, perché comportano l’obbligo di fornire alle persone tutta una serie di servizi, che vanno dall’accoglienza in senso stretto ai processi di integrazione.

D. - E per quanto riguarda i costi? La questione ha suscitato non poche polemiche ...

R. - Vorrei ribadire, per l’ennesima volta in questi anni, che il cosiddetto “costo medio” dei 35 euro pro capite non è un fondo, un finanziamento, che va alla persona: è il costo dell’accoglienza. Sono i costi degli stipendi degli operatori che gestiscono il progetto, le spese che vengono fatte nei supermercati, nelle cartolerie, nelle farmacie di quel luogo, di quel Comune, di quel territorio. Sono le spese per affittare gli appartamenti dove vengono alloggiate le persone. Quindi, sono soldi che vanno al territorio. I soldi che effettivamente vanno nelle mani, fisiche, dei beneficiari dell’accoglienza sono il famoso “pocket money” di due euro e mezzo circa al giorno. Sono fondi ordinari, non sono soldi o finanziamenti che vengono tolti a qualche altro ambito per cui i cittadini italiani potrebbero dire che vengono penalizzati da questa situazione: non è così.