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Calabria: offrire educazione alternativa ai figli dei mafiosi

Sequestro di armi in Calabria legate alla presenza dell'ndrangheta - ANSA

Sequestro di armi in Calabria legate alla presenza dell'ndrangheta - ANSA

Due giovani figli di boss che in Calabria si tolgono la vita a poca distanza di tempo l’uno dall’altro, schiacciati dal peso insopportabile di un cognome che significa violenza, sopraffazione, morte. Sono stati questi tragici eventi ad infiammare il dibattito intorno al tema del sostegno ai figli di famiglie mafiose che, loro malgrado, si trovano ad essere vittime di una pedagogia criminale dalla quale vorrebbero fuggire. “A volte solo l’allontanamento dal nucleo familiare d’origine può offrire una vera alternativa di vita” spiega Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria. Federico Piana lo ha intervistato:

R. – Per quel che riguarda l’attività giudiziaria, da quattro anni abbiamo iniziato un percorso giurisprudenziale nuovo. Stiamo provando a censurare il modello educativo mafioso nei casi in cui questo mette a repentaglio l’incolumità psico-fisica dei minori, nello stesso modo con cui si interviene a tutela di minori che hanno genitori maltrattanti, alcolisti o tossicodipendenti. In sostanza, stiamo adottando provvedimenti di decadenza o di limitazione della responsabilità genitoriale, e contestuale allontanamento dei ragazzi dalla famiglia. Ovviamente, sono sempre casi giudiziari: noi interveniamo caso per caso; non facciamo operazioni di “pulizia etnica”, è  bene chiarirlo subito.

D. – Cosa vuol dire, presidente, che non si fanno operazioni di pulizia etnica?

R. – Non interveniamo mai in via preventiva solo perché la famiglia è mafiosa, ma quando il metodo educativo mafioso o il contesto mafioso determinano un concreto pregiudizio all’integrità emotiva, psicofisica del minore. Le faccio degli esempi: quando i ragazzi sono coinvolti dai genitori negli affari illeciti - e questo avviene in età sempre più precoce -; quando avviene un palese indottrinamento mafioso ecc...

D. – Però le faccio una domanda un po’ provocatoria – mi permetta –; ma sapere che una persona vive in questo ambito non è sufficiente per dire: “Beh, io intanto ti allontano…”

R. – Ci devono essere situazioni di concreto pregiudizio o comunque sintomatiche di un indottrinamento mafioso; allora noi interveniamo. Interveniamo allontanandoli dalle loro famiglie e collocandoli altrove, anche fuori dalla Calabria, con un duplice obiettivo. Il primo ovviamente è quello di assicurare a questi sfortunati ragazzi adeguate tutele per una regolare crescita psicofisica; e nel contempo vogliamo fornire loro l’opportunità di sperimentare delle realtà sociali, culturali, psicologiche, e anche affettive, diverse da quelle del contesto di provenienza, nella speranza di sottrarli a un destino ineluttabile. In sostanza, noi vorremmo operare le infiltrazioni culturali necessarie per rendere questi giovani, una volta raggiunta la maggiore età, liberi di scegliere. Cerchiamo di fare intravedere a questi giovani che esiste un mondo diverso, dove la violenza o l’omicidio non sono gli strumenti ordinari di risoluzione delle controversie; un mondo dove vi è parità di diritti tra uomo e donna, e dove il carcere non è una medaglia da appuntarsi sul petto o una tappa necessaria di un percorso di vita, ma un luogo da evitare a tutti i costi.

D. – E poi c’è anche il capitolo spinoso delle madri di questi ragazzi…

R. – Quasi il 90 percento delle madri dei ragazzi di cui ci stiamo occupando si trova in una condizione di profonda sofferenza per i lutti, le carcerazioni loro e dei loro figli. Per cui, superata una prima fase di contrapposizione comprensibile avverso i provvedimenti, non si oppongono più nella speranza di sottrarre i loro figli a un destino ineluttabile. Negli ultimi anni, si sono registrate inoltre evoluzioni imprevedibili: diverse madri hanno iniziato dei percorsi di collaborazione con la giustizia proprio nei locali del Tribunale per i Minorenni; altre si sono presentate per chiedere aiuto per i loro figli, per chiedere di allontanare i loro figli, o a volte per chiedere aiuto per loro stesse. In sostanza, coltivano una speranza di riscatto, per i figli ma anche per loro. Si stanno delineando degli scenari psicologici assolutamente inesplorati: l’’ndrangheta provoca sofferenza all’esterno, ma anche all’interno di queste famiglie. E allora io credo che una riflessione su questo punto sia doverosa.