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Alzheimer: prevenzione al centro del Convegno dei Centri diurni

Centro Assistenza Alzheimer Francia - AFP

Centro Assistenza Alzheimer Francia - AFP

Il tema dell’Alzheimer nelle aree colpite dal terremoto e le difficoltà che ne sono derivate al centro del Convegno nazionale dei Centri diurni in corso fino a domani a Pistoia. A testimoniare la paura e la mancanza totale di assistenza specialistica per persone con demenza da agosto a ottobre, durante le scosse più forti nel Centro Italia, è la dottoressa Manuela Berardinelli presidente dell’Associazione Alzheimer Uniti Italia, che al Convegno porta i vissuti dei malati ma anche il bel progetto di assistenza che la Onlus ha organizzato. Ma sentiamo la stessa Berardinelli nell’intervista di Gabriella Ceraso:

R. - All’indomani del sisma del 24 agosto abbiamo attivato subito, per le quattro Regioni colpite, un numero che è ancora attivo 24 ore su 24 al quale sono collegate altre quattro linee telefoniche. La cosa è precipitata poi nel momento in cui tra il 26 e il 30 ottobre c’è stato il dramma nel dramma: 38 comuni su 57 sono stati colpiti in maniera pesante. Qui non si tratta di case inagibili: qui si tratta proprio di macerie che ricordano le scene del Libano degli anni ’70. Il trauma è per tutti. È assolutamente di proporzioni tragiche rispetto alle persone malate di demenza. Non ci sono delle linee guida su come comportarsi e gestire situazioni di criticità per la persona fragile. Sono stati portati in prima battuta nelle tendopoli insieme a tutte le altre persone.

D. - Come sono state assistite quindi queste persone in questo contesto?

R. – Abbiamo visitato tutte le tendopoli con Alzheimer Uniti Italia e nessuno ha pensato ad assistere, se non nei bisogni primari le persone anziane, tanto meno la persona fragile. Quindi noi abbiamo trovato scene di anziani sdraiati nella brandina che dalla mattina alla sera guardavano il soffitto. Tra l’altro sfatiamo un mito. Alcuni hanno detto: “Loro sono fortunati perché non hanno capito la paura”. È una grande sciocchezza, perché magari non la sanno raccontare, non se la ricordano, ma la vivono al livello inconscio e inconsapevole.

D. - Che cosa avete riscontrato quindi …

R. - Abbiamo riscontrato che gran parte delle persone fragili hanno avuto un aumento nei disturbi del comportamento. Ad esempio, quando scricchiolava una finestra piuttosto il rumore di una vibrazione come quella del passaggio dei camion, la persona magari non sa dire: “Aiuto c’è il terremoto”, però abbiamo visto che sussulta o si avvicina al care giver o familiare. Nell’immediato va bene tutto, però poi ci vuole una presenza dedicata. È su questo che Alzheimer Uniti Italia si sta battendo.

D. - Su quali fronti agire? Come si è articolato il vostro progetto?

R. - Abbiamo fatto un censimento di tutti gli hotel della zona da Alba Adriatica fino a Senigallia per capire dove erano e come stavano. Gran parte di queste persone – ricordiamolo - entro il 30 giugno dovranno andare via perché gli hotel servono per il turismo. Pertanto noi abbiamo presentato alla Regione un progetto – il progetto “Hotel A” -; la modalità è quella degli hotel che hanno ospitato le persone fragili. L’unica cosa è metterli insieme in modo da potergli dare un’attenzione dedicata in un hotel dell’entroterra, perché così non c’è il problema che devono andare via per il turismo. Abbiamo già individuato un hotel che è proprio nelle vicinanze di Macerata e in prima battuta vorremmo portarci 20 persone fragili, accompagnate dal famigliare e dalla badante. L’associazione garantisce l’aiuto circa l’organizzazione della giornata, quindi a dare un minimo di impegno, perché poi c’è anche tanta noia che porta alla depressione. Il progetto “Hotel A” prevede anche di dare un aiuto per tirare fuori la paura.

D. - Quanti sono stati riscontrati con problematiche tali da poter essere incluse in questo progetto?

R. – Noi abbiamo individuato almeno 80 persone che hanno bisogno di un’assistenza.

D. - Come vede il futuro di questo progetto?

R. - Noi crediamo molto in questo progetto. Vorrebbe essere anche una forma di risposta a quegli stadi che non possono essere gestiti in casa ma nel contempo non vogliono andare in una casa di riposo. Quindi potrebbe essere una formula tutta da costruire - ma di certo nelle nostra mente è molto chiara – un’idea di coabitazione che permette però un’assistenza seppure – ripeto – non di tipo sanitario.