Leggi l'articolo Vai alla navigazione

Social:

RSS:

App:

Radio Vaticana

la voce del Papa e della Chiesa in dialogo con il mondo

lingua:

Papa Francesco \ Viaggi e Visite

Don Andreini: Don Milani ha camminato con gli ultimi come Francesco

Don Milani - RV

Don Milani - RV

Una preghiera "in silenzio" del Papa davanti alla tomba di don Lorenzo Milani, accompagnato dal cardinale arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori e dal parroco di Vicchio, don Giuliano Landini, e poi un discorso davanti alla scuola di Barbiana. Martedì prossimo, all'arrivo in elicottero intorno alle 11.15 in un terreno a valle del borgo di Barbiana, il Papa raggiungerà subito con un fuoristrada il cimitero dove riposa da 50 anni il priore. Poi salirà alla scuola dove troverà gli studenti ancora viventi di don Milani e una trentina di sacerdoti, alcuni dei quali studiarono in seminario all’epoca di don Lorenzo o lo conobbero come cappellano a Calenzano.  E proprio ieri, sabato, a Barbiana si è tenuta una giornata di formazione alla scuola di don Milani promossa dai giornalisti dell'UCSI Toscana. "Il Papa - si legge in un comunicato - ci invita a guardare a don Milani, come a un profeta inquieto e per questo capace di cogliere il nuovo nascosto nelle pieghe della storia che avanza".  Al microfono di  Luca Collodi, don Alessandro Andreini, della comunità di San Leolino, diocesi di Fiesole, e assistente ecclesiastico dell'UCSI Toscana:

R. – E’ un prete, un prete obbediente alla Chiesa che ha fatto, come ha detto un suo amico prete, “indigestione di Cristo”. Questo è il punto di partenza di tutto.

D.  – Il classico prete con l’odore delle pecore…

R. – Eh sì. Lui che veniva da una famiglia di altissimo livello culturale, sociale e anche economico, ha fatto una sorta di lavoro di demolizione della sua origine per diventare proprio un povero in mezzo ai poveri, anche la sua lingua, anche il suo modo di essere, il suo atteggiamento… Lo ha fatto in maniera molto decisa e determinata per arrivare a non far percepire a nessuno la differenza tra lui e le sue “pecore”, i suoi ragazzi, sostanzialmente, della scuola.

D. – Nella Chiesa di allora non era capito…

R. - Oggi noi lo apprezziamo ma negli anni ’50 e anche ’60 lui scriveva cose inconcepibili, come nell’esperienza pastorale ha messo questa specie di lettera segretissima ai missionari cinesi che sarebbero venuti nel XXI secolo a rievangelizzare l’Italia… E’ una finzione, ma una bella provocazione, negli anni ’50, in una Chiesa ancora molto trionfante e convinta di avere sotto controllo la società… Tutti noi oggi dopo 50 anni dalla morte sappiamo che aveva ragione.

D. – Educazione, povertà e giustizia erano i temi principali della sua pastorale…

R. – Sì, direi proprio di sì. Direi proprio questo lavoro, l’impegno per dare ai poveri, come è stato scritto molto bene da tanti, la parola: perchè “la parola fa eguali” come diceva lui. Cioè, aiutare le persone che non avevano il controllo, il dominio del saper parlare, del sapersi esprimere, metterli nelle condizioni di poterlo fare. E questo era il punto di partenza di un’operazione di giustizia, di verità e di promozione umana e sociale. Poi don Milani diceva: io non devo fare altro che questo perché una volta che metto le persone, i ragazzi nelle condizioni di pensare criticamente arriveranno al cristianesimo da soli, in un certo senso.

D. – Don Milani ha però cercato un metodo di lavoro: ecco il suo impegno nella scuola, nella didattica…

R.  – E’ un metodo nuovo. Ci sono alcuni che gli scrivevano per chiedere quale fosse il metodo della scuola di Barbiana? Don Milani diceva che era un unicum, che non si poteva riprodurre da nessuna altra parte. E questo è interessante perché, per esempio, Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium ha detto che ci poteva dare solo indicazioni generali ma poi ognuno, ogni diocesi, ogni parrocchia, ogni esperienza aveva bisogno di verificarsi nella sua specifica situazione.  E don Milani diceva a queste persone che il metodo è lo stare, il dedicare tempo, il non fare le differenze nell’attendere l’ultimo ragazzo che aveva più tempo per capire.

D. – Don Andreini, c’è il rischio di strumentalizzare il messaggio di Don Milani?

R. – Ci sono stati rischi. C’è chi l’ha voluto un po’ portare dal punto di vista politico, chi l’ha voluto tirare dal punto di vista sociale… Ci potrebbe essere anche il rischio di negare la sua profonda formazione culturale. Lui ha fatto questo profondo cammino spirituale, ma ritengo che soltanto una persona che aveva una profonda cultura ha potuto far questo e in un certo senso è qualcosa di cui bisogna tenere molto conto. Come i suoi anni di formazione a  Milano ed il suo voler diventare o pensare di dover diventare un artista… E’ una persona che ha frequentato questi ambienti, certamente molto contraddittori, e lui non voleva quel tipo di cultura borghese, elitaria, esclusiva…. Quella formazione culturale gli è servita per fare il cammino verso gli ultimi.