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Congo: attacchi armati nel Kasai. Chiesa accanto a popolazione

Bambini sfollati del Kasai - AFP

Bambini sfollati del Kasai - AFP

Nella Repubblica Democratica del Congo resta drammatica la situazione nella regione del Kasai, funestata da sanguinosi attacchi di un gruppo armato che contrasta le milizie antigovernative: centinaia i civili uccisi in modo barbaro nei villaggi della zona negli ultimi due mesi. La denuncia arriva dalle Nazioni Unite. Terreno di scontro fra opposizione e forze filo governative, il rifiuto del presidente Kabila di lasciare il potere, avuto nel 2001 dopo la morte del padre al tentativo di modificare la Costituzione a suo favore. Numerosi gli appelli di Papa Francesco negli ultimi tempi per la fine della violenza nel Paese. L’ultimo nell’udienza generale di questa mattina, in cui Francesco ha parlato degli sforzi in favore dell’educazione dei giovani congolesi. Una situazione delicata e complessa quella della Republica Democratica del Congo, generata in primis da un problema politico, come sottolinea, al microfono di Paola Simonetti, Massimiliano Salierno, direttore dell'Anpil, organizzazione non governativa operante in Congo: 

R. – Il problema attuale del Congo è la successione alla presidenza. In quanto attualmente c’è il presidente Kabila, figlio dell’ex presidente congolese che ha terminato il suo mandato ma non ha alcuna intenzione di lasciare il potere, quindi questo crea una grandissima tensione. Ricordiamo che Kabila ha terminato il suo mandato l’anno scorso, quindi in realtà queste elezioni avrebbero dovuto già tenersi ma di fatto non si sono ancora svolte. C’è anche un tentativo da parte del presidente Kabila di riformare la Costituzione per consentirgli di avere un ulteriore mandato alla presidenza: da ciò nascono gli scontri che sono quelli che purtroppo stanno insanguinando la regione.

D. – Un gruppo che lotta contro la milizia antigovernativa, che però colpisce la popolazione stessa, che immaginiamo viva nel terrore…

R. – Sì, gli scontri più sanguinosi ovviamente non si manifestano nella capitale, a Kinshasa, dove c’è il potere e ci sono le istituzioni, ma si manifestano nelle regioni della provincia, quindi in queste zone come quella del Kasai che è una regione mineraria e ha un accesso molto limitato, come tutte le regioni minerarie del Congo, che si possono visitare solo su invito da parte di autorità locali. In queste regioni si stanno verificando questi scontri molto sanguinosi. Oltretutto la regione del Kasai, quella di cui si sta parlando in questi mesi e anche in questi giorni, è la regione dello storico oppositore di Kabila che è Tshisekedi, che è stato già storico oppositore del padre di Kabila: è morto recentemente ma la lotta continua nei suoi sostenitori. Quindi il Kasai è storicamente per il potere una regione ostile, pericolosa, che va tenuta sempre sotto controllo. Questo è uno dei motivi per cui tutti questi scontri estremamente sanguinosi si verificano proprio in questa regione.

D. - La Chiesa locale sta tentando una qualche mediazione, c’è qualcuno che sta operando qualche passo?

R. – La Chiesa congolese, la Conferenza episcopale, i vescovi che sono sul territorio stanno facendo un lavoro veramente straordinario, molto discreto anche, ed è grazie a loro che per esempio si è riusciti a raggiungere un accordo a fine 2016 proprio tra Kabila e l’opposizione per porre fine a questi scontri e raggiungere un'intesa. Poi, purtroppo, questo accordo si è un po’ arrestato, non è proseguito in ulteriori azioni politiche. Però devo dire che l’azione dei vescovi e poi a livello di sacerdoti, suore che operano sul territorio è un’azione assolutamente meritoria e anzi è grazie a loro se tanti bambini e tante donne, tante famiglie si sono messe in salvo. Ricordiamo che in queste regioni ci sono anche delle suore della Congregazione del Cuore Immacolato di Maria che hanno subito dei violentissimi attacchi. Quindi una situazione di molta violenza e tantissimi preti e tantissime suore sono riusciti a mettere in salvo molte famiglie.

D. – L’Onu ha chiesto un’ampia inchiesta internazionale. In una situazione come quella che lei ha descritto con quali strumenti è possibile metterla in atto?

R. – Solo la politica internazionale, quindi l’Onu, può intervenire in modo da, non dico riappacificare le fazioni, perché ormai credo che la situazione sia estremamente degenerata, però almeno confinare queste guerriglie e cercare di contenerle in modo tale che soprattutto la popolazione civile - che è quella che paga sempre poi le conseguenze di questa situazione - venga risparmiata dai massacri. È una situazione veramente disumana: si parla quasi di genocidio. Stiamo parlando di centinaia di migliaia di morti. Purtroppo nel Congo non c’è solo un problema di natura politica ma il Congo è anche terra di “conquista”, perché uno dei territori, dei Paesi più ricchi al mondo a livello di materie prime. Di conseguenza, le concessioni per poter sfruttare il sottosuolo sono concessioni che generano un giro di denaro e corruzione che è ad altissimo livello. Riuscire ad entrare in un Paese così e cercare di mettere ordine in una situazione dove il denaro sostanzialmente è quello che governa le alleanze e i partiti politici diventa un’impresa molto difficile.