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Capodarco. Premio "L'anello debole", un osservatorio del sociale

Logo del Festival di Capodarco - RV

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E’ in corso da ieri e fino a domenica presso la Comunità di Capodarco di Fermo, nelle Marche, il “Capodarco L’Altro Festival” nel cui ambito verranno presentate le 22 opere finaliste del Premio “L’anello debole”. Giunto alla sua 11.esima edizione il premio conferma la sua natura di “osservatorio privilegiato” sulla società e costituisce una delle tante iniziative promosse dalla Comunità stessa per creare un rapporto virtuoso tra gli operatori della comunicazione e il mondo del sociale. Ma come è nata l’idea di questo premio? Adriana Masotti lo ha chiesto a don Vinicio Albanesi, presidente di Capodarco:

R. - Ci fu suggerita l’idea da Giancarlo Santalmassi, un giornalista della radio, perché avevamo capito che si poteva comunicare il lavoro che facevamo o i problemi sociali che c’erano anche attraverso gli strumenti che sono i corti, i cortissimi, della fiction, della realtà e stranamente è arrivato un numero talmente alto di opere che ci ha lasciato felicemente esterrefatti. Circa 200 opere di primissima qualità, sia tecnica che  di tipo contenutistico. Non solo ma poi nel tempo abbiamo visto che i temi trattati si sono differenziati. C’è stato il periodo delle carceri, il periodo degli abbandoni, il periodo degli immigrati. Adesso invece è più concentrato sulla famiglia, sui problemi che la gente vive, sulla povertà. Quindi è come se avessimo una fotografia di quello che sta avvenendo in Italia e nel mondo.

D. - Un osservatorio insomma sul sociale…

R.  – Sì, sempre sul sociale però a volte anche in toni leggeri: cioè, un comunicare un sociale in maniera diversa, non in modo moralistico ma di lettura della realtà così com’è e anche le soluzioni. Questo è importante perché a volte un esempio, un progetto, un’esperienza può illuminare molte altre persone cha lavorano sullo stesso campo.

D. – Sono tanti gli anni di impegno da parte della comunità di Capodarco riguardo alla comunicazione, al rapporto tra il sociale e i comunicatori. Tutto per offrire una comunicazione più corretta, più vera. Qualche risultato rispetto ai vostri obiettivi c’è?

R.  – I risultati sono ottimi perché guardando nel tempo - sono circa 20 anni che siamo impegnati - abbiamo visto un’evoluzione, un rispetto, un approfondimento della lettura dei fenomeni: tutta una serie di modi, di linguaggi, di attenzioni che certamente ha fatto bene al sociale e ai problemi che il sociale si porta dietro. L’attenzione, la sensibilità sono risultati eccellenti. Pensi che saranno passate tra la 7mila e le 10mila persone nei corsi di aggiornamento. Tutti giornalisti che poi, nel tempo, li ritrovi magari sui grandi gruppi di comunicazione.

D. – Dall’altra parte nel sociale, in chi lavora in questo settore, anche qui c’è stato un cambiamento, una maturazione nel rapporto col mondo dell’informazione?

R. – Sì, perché tutti stanno capendo che comunicare ciò che si fa è importante perché non solo occorre fare, ma occorre anche far conoscere. Quindi i siti, la rete, le radio, i video sono diventati strumenti indispensabili per lavorare nei nostri mondi che sembrano abbandonati e, a volte, lo sono.

Tanti i temi raccontati nelle opere in concorso per il premio “L’anello debole”, attraverso corto e lungometraggi sia audio, sia video, divisi in sei categorie. Selezionati da una giuria di qualità i lavori giunti in finale saranno valutati anche da una giuria popolare. Sabato sera la premiazione. Sentiamo Andrea Pellizzari, direttore artistico del premio:

R. – I temi sono sempre tantissimi, al di là delle tematiche legate ai rifugiati, alle persone che arrivano da altri Paesi e che si trovano in situazioni di grande difficoltà, quest’anno sono emerse tematiche che sono state anche un po’ dimenticate. Segnalo ad esempio, un cortometraggio della realtà che parla degli effetti pericolosi del glifosato che è un erbicida che viene utilizzato in Argentina ma le coltivazioni dell’Argentina poi vanno in tutto il mondo. Poi ci sono moltissime problematiche legate alla donna. C’è un cortometraggio della realtà che parla di stupri nella Repubblica Democratica del Congo. Poi, tematiche relative alla psichiatria. Insomma, problematiche che non sempre si conoscono ma soprattutto che non vengono trattate dai media principali e che emergono grazie a questo premio. Questa è la forza del premio “L’anello debole”.

D. - Quindi l’affrontare temi che di solito trovano poco spazio su media…

R. - Sì e soprattutto vedere come vengono raccontate queste storie dimostra che c’è  un’esigenza molto forte nel voler esternare questo problema e cercare una visibilità per trovare delle soluzioni. Per cui è un premio che nel suo piccolo cerca di dare una mano alle voci più deboli e quindi cerca nel migliore dei modi, raccontando delle storie, di far emergere i temi che non sempre arrivano sui giornali o in televisione perché magari sono troppo scomodi o sono meno interessanti per i media principali.

D. – Lei prima parlava di cortometraggi della realtà. E’ una delle sezioni del premio, quali sono le altre?

R. – Abbiamo una sezione di audio cortometraggi ed è forse anche l’unico premio dedicato a questo tipo di programma radiofonico dove vengono presentate delle opere per il mezzo radiofonico. Devo dire che quest’anno ci sono state delle opere molto interessanti, molto ben confezionate. Oltre agli audio cortometraggi, ci sono i cortometraggi della realtà, i cortometraggi di fiction quindi non un documentario o un report giornalistico. Poi ci sono i cortissimi della realtà, che sono sempre dei piccoli servizi che di solito trovano spazio all’interno dei telegiornali o i programmi di approfondimento; i cortissimi di fiction e poi c’è una sezione speciale di ultracorti dedicata ai filmati al di sotto dei 60 secondi, che sono in genere degli spot però spesso gli spot sono nel linguaggio e nella comunicazione molto efficaci, per cui li abbiamo tenuti monitorati perché anche dal punto di vista della comunicazione il premio cerca di dare valore a chi comunica il disagio e a chi comunica il sociale in maniera efficace.

D. - Sono 22 le opere finaliste alcune anche fatte da giornalisti o operatori stranieri…

R. – Sì, il premio da qualche anno è diventato un premio internazionale e devo dire che arrivano delle opere bellissime da un po’ tutto il mondo. E sono molto interessanti tutte le opere che arrivano dai territori legati al terrorismo o comunque i territori che sono forse un po’ più distanti dalla nostra cultura.