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Ghana: in un film documentario le speranze di un Paese

Cercatori d'oro nel sud del Ghana - AFP

Cercatori d'oro nel sud del Ghana - AFP

Il Ghana attraverso gli occhi di chi ci è nato ed è tornato per mostrarne le potenzialità di un futuro migliore. E’ quanto si propone il documentario “The Wonderful Tapestry of Life”, che racconta il ritorno di Anita Evelyn Stokes Hayford, già ambasciatrice del Ghana in Italia e presidente del consiglio di amministrazione del World Food Program, nel villaggio fondato dai suoi antenati. Il documentario, realizzato da Aurora vision con la collaborazione della provincia di Trento, è stato presentato ieri nella sede della nostra emittente. Il servizio di Michele Raviart:

Il “meraviglioso arazzo della vita”, scandito ritmicamente dalle mani degli artigiani ghanesi sui telai, è la storia di un ritorno e di un Paese, il Ghana, in cui la tenacia degli abitanti e la solidarietà sono le basi per un futuro di speranza. Il viaggio dell’ambasciatrice Anita Evelyn Stokes Hayford verso il villaggio fondato dal nonno, vicino al porto di Takoradi, parte dalle fortezze in cui in epoca coloniale furono imprigionate milioni di persone prima di essere vendute come schiavi. Un monito alle nuove schiavitù dei giorni nostri – racconta l’ambasciatrice – che nascono con lo sfruttamento lavorativo e costringono alle migrazioni forzate.

Oltre le ceneri del passato, noi immaginiamo un futuro luminoso per il Ghana. Sono stata molto felice di andare nel villaggio di mio nonno. Non ci sono stati miglioramenti da quando sono partita, ma per me è stata una grande emozione tornare lì. E spero che la mia famiglia possa presto iniziare a sviluppare il villaggio: l’elettricità c’è già, ma si deve portare anche l’acqua e fornire gli altri servizi per migliorare la vita degli abitanti. Ora voglio che questo film esca per raccontare al mondo che c’è ottimismo in Ghana e non tutto è perduto.

Un ottimismo testimoniato dall’incontro con Georgina Abram. Priva delle gambe dalla nascita, da neonata era stata abbandonata dai genitori in una foresta e trovata dal padre francescano George Abram – da cui ha preso il nome – e affidata ad una donna del posto. Ora è laureata, ha un figlio ed è un simbolo per le altre donne del villaggio di Ankaful, dove padre George gestisce il primo ospedale per malattie infettive dell’Africa occidentale, come spiega in questo estratto del documentario:

40 anni fa io sono arrivato qui. Quando ho cominciato a rimboccarmi le maniche, a lavorare avevamo 50mila paziente registrati in Ghana: 50mila pazienti malati di lebbra. E allora, visto che eravamo nel campo e che trovavamo un po’ di aiuti, abbiamo incominciato a fare un ospedale. Trovavamo fino a due, tremila nuovi casi all’anno: adesso ne abbiamo trovati 270 di nuovi casi in tutto il Ghana con 21-23 milioni di abitanti, che dal punto di vista epidemiologico è zero.

Un messaggio di fratellanza consolidato nei sette viaggi in Ghana che sono stati necessari per realizzare questo film-documentario, afferma la regista, Lia Giovanazzi Beltrami:

"Il messaggio principale è che siamo tutti dei fili colorati e se ognuno vive per sé stesso rimane un filo e basta. Se ci intrecciamo l’un l’altro nella solidarietà, diventiamo uno splendido ricamo che è la meraviglia della vita. quello che vorremmo comunicare allo spettatore è qualcosa di diverso: per noi occidentali andare in Ghana vuol dire acquisire un’attenzione al prossimo diversa, e acquisire un diverso sapore della vita. La solidarietà è rendere l’altro protagonista di scambio. Noi vogliamo essere tutti dei fili che ci rendiamo protagonisti di scambio e quindi protagonisti di un ricamo meraviglioso".