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Iraq: distrutta moschea di Mosul. Dolore della Chiesa caldea

La moschea Al Nuri, distrutta a Mosul - EPA

La moschea Al Nuri, distrutta a Mosul - EPA

Nel centro di Mosul, in Iraq, continuano i combattimenti tra le forze governative e ormai solo qualche centinaio di jihadisti. Ma secondo l'Onu sono ancora 100.000 i civili intrappolati in città stremati dalla fame e regna ancora l’incertezza sulla sorte di al Baghdadi della cui morte più volte annunciata non ci sono ancora prove sicure.

Intanto amarezza per la distruzione della Moschea Al-Nuri, in Iraq, celebre per il minareto pendente di al Hadba, è stata espressa dalla Chiesa caldea. I celebri edifici sacri sarebbero stati rasi al suolo dai combattenti del sedicente Stato Islamico, che, a loro volta, accusano invece gli Stati Uniti. Indubbiamente si tratta di un gesto eclatante, ma anche simbolico perché proprio dalla moschea di Al-Nuri nel 2014 fu proclamata la nascita del Califfato per bocca del leader jihadista Abu Bakr al Baghdadi.

Dolore per le vittime civili. In tanti senza cibo, acqua e medicine
In un comunicato ufficiale diffuso dai media del patriarcato si ribadisce il dolore per le vittime civili dei bombardamenti e per tutti gli abitanti che nel conflitto in corso nella città sono private di acqua, cibo e medicinali. La Chiesa caldea esprime anche la speranza che davanti alle sofferenze patite oggi, gli iracheni possano veder nascere nei loro cuori propositi di riconciliazione per la costruzione di una convivenza pacifica e feconda.

Condanna dell'Unesco
Sgomento è stato espresso anche dall’Unesco, secondo la quale la distruzione della moschea  è una “tragedia culturale e umana”. Da Twitter l’organizzazione Onu per la cultura lancia alla comunità internazionale un appello a “proteggere il patrimonio culturale per proteggere le persone”. (a cura di Paolo Ondarza)

Sulla distruzione della moschea Al-Nuri di Mosul, Paola Simonetti ha intervistato  Alessandro Orsini, direttore del quotidiano on line della Luiss, “Sicurezza Internazionale”: 

R. – Noi sappiamo che dall’ottobre del 2016, quando è iniziata l’offensiva per la riconquista di Mosul, l’Is aveva minato la moschea. Quindi io ritengo che sia stato proprio l’Is a far saltare in aria questo antico edificio. Se fossero stati gli Stati Uniti comunque lo sapremmo nel giro di poco tempo perché i giornalisti negli Stati Uniti sono molto liberi e forti, e quindi in questi casi la verità viene sempre a galla. E soprattutto l’esercito americano è sempre il primo a riconoscere gli errori quando li commette, tanto è vero che poche settimane fa il dipartimento di Stato americano ha pubblicato l’elenco di tutti i civili iracheni che ritiene di avere ucciso durante i bombardamenti aerei.

D. – Secondo il primo ministro iracheno al-Abadi, la distruzione della moschea di Mosul da parte dell’Is è un’ammissione formale della sconfitta dei jihadisti: è credibile come ipotesi?

R. – È assolutamente vero. Il problema è che i media occidentali hanno completamente distorto l’informazione sull’Is: hanno completamente capovolto la realtà. L’Is è un fenomeno militare nullo, inesistente, che avanzava semplicemente perché davanti a sé non trovava un esercito ad opporsi. L’Is ha realizzato le sue conquiste territoriali più significative in presenza di un processo di disfacimento dello Stato siriano e di quello iracheno; però l’Occidente ha rappresentato l’Is come una forza inarrestabile. Quando l’Is ha conquistato ad esempio la città di Ramadi, la stampa occidentale non ha raccontato che 900 jihadisti dell’Is hanno conquistato quella città perché 10mila soldati dell’esercito iracheno si erano dati alla fuga sostanzialmente senza combattere. Il fatto che l’Is adesso faccia crollare la moschea da cui aveva programmato la sua nascita è la conferma di quello che ho sempre sostenuto, e cioè che l’Is non aveva nessuna possibilità di mantenere quei territori se fosse stato attaccato.

D. – Le forze irachene dicono di aver cominciato forse l’ultima fase della liberazione di Mosul che dura da mesi: siamo quindi, in base a quello che lei dice, alle battute finali? Possiamo dire che l’Is sta ricevendo un colpo davvero fatale?

R. – L’Is sostanzialmente è già morto; aveva due roccaforti principali, che erano la sua capitale in Iraq, Mosul, che di fatto è crollata: adesso ci sono circa 100mila civili che sono ancora in una condizione drammatica e vengono utilizzati come scudi umani. Chiaramente poi questo conflitto a Mosul andrà avanti perché è un conflitto molto sanguinoso, che si combatte strada per strada, ma l’Is non ha nessuna possibilità di sopravvivere a Mosul. Raqqa è l’altra capitale dell’Is che si trova in Siria. È stata penetrata: si combatte per le strade e l’Is non ha nessuna possibilità di espellere le milizie che hanno invaso la città Raqqa per riconquistarla. L’Is è alle sue battute finali.

D. – Come mai allora la battaglia su Mosul è stata così lunga da parte delle forze irachene e della Coalizione per spezzare l’assedio dell’Is?

R. – L’unica ragione per la quale ci siamo attardati così tanto nella riconquista di queste due città è il blocco anti-Is guidato dalla Russia e quello sempre anti-Is guidato dagli Usa. Questi, anziché allearsi tra di loro per combattere contro l’Is, si sono divisi e addirittura si sono combattuti tra di loro. Perché in realtà la vera priorità degli Usa e della Russia non è stata mai la riconquista di Raqqa e Mosul, bensì la conquista di Damasco. I due blocchi, guidati da Usa e Russia, hanno infatti i propri 'appetiti' principali nei confronti di Damasco, perché vogliono appropriarsi della Siria. Tutto questo ha quindi ritardato enormemente il processo di riconquista delle città dell’Is. E questo ha indotto molte persone a credere, sbagliando, che l’Is avesse una vita longeva perché forte dal punto di vista militare.