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Hong Kong: proteste a 20 anni dall'indipendenza dal Regno Unito

Proteste a Hong Kong - REUTERS

Proteste a Hong Kong - REUTERS

A Hong Kong si sta celebrando il ventesimo anniversario del trasferimento della sovranità dal Regno Unito alla Cina popolare, avvenuto il primo luglio 1997 sotto lo slogan “One country, two system”, “Un paese, due sistemi”. Il presidente cinese Xi Jinping è in visita nella città per la prima volta, al fianco di Carrie Lam, la nuova governatrice, che ha ufficialmente ricevuto il suo incarico oggi. Mentre la gente festeggia in strada, esplodono però anche le proteste di chi chiede più libertà e democrazia: si registrano scontri con la polizia e più di 40 arresti. Dunque un contesto diviso e complicato. Ma cosa è cambiato in questi 20 anni? L’analisi di Francesco Sisci, corrispondente da Pechino del Sole24Ore, al microfono di Cecilia Seppia:

R. – È stato un cambiamento complesso e difficile e sta ancora avvenendo. Da una parte, Hong Kong ha smesso di essere il ponte del mondo verso la Cina, perché oggi chi fa affari o deve dialogare in qualunque modo con la Cina, va direttamente a Pechino e non passa da Hong Kong. Ma questo in qualche modo è stato anche il contributo di Hong Kong.

D. – Una città divisa tra chi chiede più libertà e democrazia e chi è filo-Pechino; in ogni caso una città che vive delle contraddizioni e anche delle crisi…

R. – Hong Kong è molto divisa, lo dimostrano le proteste odierne. E poi c’è un elemento di crisi vera ed è di carattere economico: oggi i cittadini di Hong Kong hanno il mondo degli affari monopolizzato da tycoon filo-cinesi; quindi nuove imprese e affari sono difficili, quasi impossibili. D’altra parte, i salari medi di Hong Kong sono ormai arrivati ai livelli dell’Occidente, quindi i giovani non hanno speranze di un avanzamento finanziario ed economico: non saranno infatti in grado di aumentare il proprio salario o di sperare di diventare dei grandi imprenditori come i loro genitori o i nonni. E quindi, se vogliono un avanzamento sociale, devono ricorrere e pensare alla politica che invece è molto ingabbiata. Hong Kong avrebbe quindi bisogno di grandi trasformazioni.

D. – Il presidente cinese, Xi Jinping, si trova ad Hong Kong in queste ore ed è la sua prima volta nella città: sta partecipando ad una serie di cerimonie pubbliche insieme a Carrie Lam, la nuova governatrice di Hong Kong. Che tipo di governo impronterà secondo lei ad Hong Kong?

R. – Carrie Lam è innanzitutto una devota cattolica e si è distinta ed è anche stata scelta perché negli anni passati è quella che per prima è andata a parlare con gli studenti che protestavano contro il sistema politico di Hong Kong. È una persona che ha lavorato per il dialogo, naturalmente schierandosi con il governo.

D. – Sì, il fatto che è cattolica è una nota a suo vantaggio…

R. – Sì, anche perché lei ha un buon rapporto con il cardinale Tong e dunque con la Chiesa che sempre sceglie la via del dialogo. È una persona che si è impegnata finora a parlare con la stampa e si è impegnata a non essere semplicemente il relais delle comunicazioni di Pechino su Hong Kong, ma anche a riflettere i dubbi e i tormenti di Hong Kong a Pechino: un lavoro che finora, bisogna dire, non è stato molto ben compiuto dai passati governatori.

D. – Allarghiamo un po’ lo sguardo: nel suo discorso, Xi Jinping ha avvertito che non ci sarà nessuna tolleranza per azioni che possano mettere in pericolo sicurezza e stabilità sia di Hong Kong che di tutta la Cina. Queste sue dichiarazioni sono riferite a più persone, più interlocutori, più Stati…

R. – In qualche modo è un discorso, in linea di principio, come quello che fanno tutti gli Stati liberali: chi aderisce al principio costituzionale, bene, questi sono leali e si può dialogare con essi. Non dimentichiamo per esempio che, solo qualche anno fa, i deputati dello Sinn Fein, repubblicani, che quindi non riconoscevano lealtà alla Regina, non vennero ammessi al Parlamento di Londra. Io invece vedo con maggiore attenzione la novità vera, cioè quello che Xi Jinping ha detto: “Noi siamo disposti a dialogare con tutti e su tutto, con chi naturalmente riconosce che Hong Kong è parte della Cina”. Questa io credo che possa essere la vera radice per una riforma dell’ordinamento economico, sociale, ma anche politico, di Hong Kong.