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Sahel: creata forza multinazionale africana contro il terrorismo

I cinque capi di Stato africani riuniti insieme al presidente francese Macron  - AFP

I cinque capi di Stato africani riuniti insieme al presidente francese Macron - AFP

I capi di Stato di Mali, Niger, Burkina Faso, Mauritania e Ciad – insieme al presidente francese Emmanuel Macron, hanno ufficializzato a Bamako, capitale del Mali, la creazione di una forza multinazionale africana per contrastare il terrorismo nella regione del Sahel. La forza militare sarà composta dai soldati dei cinque Paesi, con il sostegno delle forze armate francesi. Sul terreno, si prevede un lancio delle operazioni entro la fine del 2017. Forte il sostegno dell’Unione Europea, che ha stanziato più di 50 milioni di euro per finanziare il comando unificato. Ascoltiamo il commento di Luciano Ardesi, esperto di Nord-Africa, al microfono di Marina Tomarro:

R. – Il tentativo di coordinare tutte le forze armate di polizia e di intelligence dei cinque Paesi con l’aiuto consistente della Francia – il presidente Macron si è appunto impegnato in questo senso durante il vertice di Bamako – sarà una bella sfida perché naturalmente questi cinque Paesi hanno limitate risorse economiche, eserciti molto deboli, in particolare quello del Mali che è praticamente in uno stato di ricostruzione molto lenta malgrado la presenza dell’esercito francese in questo senso. E quindi è difficile prevedere poi la sua efficacia reale sul terreno.

D. - Quali sono gli obiettivi maggiori che vogliono raggiungere?

R. - L’obiettivo è quello di sconfiggere i diversi movimenti jihadisti che operano sul territorio. Loro stessi si sono recentemente unificati, ma rimangono molte fazioni disperse in tutta la regione. In più naturalmente il compito di questo accordo è reso più difficile dal fatto che la stessa zona confina con la Libia, dove sappiamo benissimo non esiste uno Stato, non esiste un governo in grado di controllare il territorio. Abbiamo il Nord della Nigeria che è in parte controllato da un altro movimento terroristico, Boko Haram. È chiaro che gli stessi Paesi del Sahel, questi cinque Paesi, dovranno a loro volta coordinarsi poi con la Libia con il Niger, con la stessa Nigeria. Quindi sarà un’operazione molto complessa dia questo punto di vista e anche molto costosa. La preoccupazione naturalmente è che i fondi finora annunciati sono assolutamente al di sotto dei bisogni di un’impresa di questo genere.

D. - Questo accordo può voler dire anche un maggiore processo di pace di Africa tra i vari Stati?

R. - Questa è un’altra grande sfida perché naturalmente non basterà mettere gli eserciti sul territorio. Si dovrà anche pensare ad una ricostruzione dei Paesi, della società. Penso in modo particolare al Mali che, di questi cinque Paesi, è stato il più colpito finora dal terrorismo. Un gioco essenziale lo avranno come sempre gli aiuti internazionali; ma questa è un’altra sfida dove probabilmente si giocherà l’efficacia di tutto l’intervento militare e politico.

D. - Forte in questo caso è stato anche l’appoggio dell’Unione Europea. Come interpretare tutto ciò?

R. - Naturalmente è interesse forte dell’Unione Europea stabilizzare questa parte dell’Africa, soprattutto dopo che la prossima fine dell’Is in Medio Oriente riporterà in patria molti combattenti. Ci saranno verosimilmente delle ripercussioni su tutta la zona del Mediterraneo, dell’Africa e della stessa Europa. Il finanziamento di 50 milioni che l’Unione Europea ha messo in campo per questo accordo è francamente insufficiente; circa il dieci percento di ciò che viene valutato come necessario. Ci sono già molti capitali investiti, molte risorse. Si pensi che l’intervento francese in Mali, “Operazione Barkhane”, che è mirata proprio a sconfiggere i jihadisti operanti in Mali, alla Francia costa annualmente 800 milioni di euro. Quindi è chiaro che ci sarà anche un ripensamento su come queste risorse sono state impiegate finora e sulla loro relativa efficacia.