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Al Teatro Capitole di Tolosa “Le Prophète” di Meyerbeer

Una scena de "Le Prophète" - RV

Una scena de "Le Prophète" - RV

La stagione lirica del Théâtre du Capitole di Tolosa si è chiusa con uno splendido allestimento di uno dei più famosi, benché rari, grand-opéra francesi, “Le Prophète” di Giacomo Meyerbeer, una storia di fanatismo religioso che scosse la Germania del ‘500. Vibrante la direzione di Claus Peter Flor e intensa la regia di Stefano Vizioli. Il servizio di Luca Pellegrini:

(musica: Marcia dell’Incoronazione da “Le Prophète”)

Il ‘500 fu un secolo potente e affascinante, denso di effervescenze culturali, di splendori artistici, di drammatiche divisioni religiose, eresie, rivoluzioni fallite, di restaurazioni violente e molte, molte crudeltà. La vita era valutata con parametri assai diversi dai nostri, la morte pure, e le visioni utopiche e apocalittiche si accompagnavano a tentativi di instaurare società più giuste, il più delle volte però diventando paurose forme di potere autocratiche e teocratiche. Giovanni di Leida ne fu esempio terribile: autoproclamatosi profeta e re di Münster nella Pasqua del 1534, intercettando le insurrezioni anabattiste, due veloci anni di regno, la gabbia in cui fu appeso in città dopo la tortura è ancora lì. Soggetto storico grandioso che la coppia di successo Scribe-Meyerbeer decise di usare per Le Prophète, creata per l’Opéra di Parigi nell’aprile del 1849. Il Teatro Capitole di Tolosa si è fatto carico di un allestimento assai applaudito, capace di rispettare le nervature drammatiche, le incandescenti relazioni tra personaggi, le burrascose tetraggini e le appassionate dimensioni sentimentali e sacrificali che sono tipiche del grand-opéra. Stefano Vizioli ha immaginato uno spettacolo vivacissimo, intenso e, sorprendentemente, assai agile, che si spinge fino al macabro trionfo finale del delirio di Giovanni e della madre Fidès, mentre la promessa sposa Berthe poco prima si era trafitta con un pugnale. Il regista è stato ben conscio delle grandi difficoltà di quest’opera, che pure rimane uno dei titoli più affascinanti dell’Ottocento francese, come racconta:

R. - La difficoltà maggiore è stata operare una scelta drammaturgica, perché è un’opera schizofrenica sotto tanti punti di vista. Meyerbeer ha delle visioni assolutamente avveniristiche nella partitura, per cui tu hai la presentazione dei tre anabattisti, una musica che veramente incute terrore per la paura che rappresenta la manipolazione religiosa - come una certa forma velenosa di coercizione può veramente manipolare le teste più fragili – e poi, a un certo punto, a fianco ci sono delle marcette rassicuranti. Allora, che faccio: accetto questa schizofrenia? Cerco di combatterla? Vado sull’aspetto storico, che è stato un aspetto di una brutalità, di una violenza che è assolutamente la parte edulcorata di Scribe-Meyerbeer hanno allegramente bypassato…la storia di Jean di Leida è una cosa terrificante, è un demonio dallo charme diabolico che ha distrutto un intero paese. Questo era un attore fenomenale! Era un genio del male. E l’assedio di Münster è stato facile per il vescovo von Waldeck perché la gente stava morendo di fame, quindi è un’opera, alla fine, molto nera. Non c’è un raggio di speranza da nessuna parte; c’è questa fine disastrosa e c’è questa violenza di una pseudo-religione che ti manipola fino a diventare boia di te stesso in qualche modo. Leggi i giornali tutti i giorni, vedi quello che sta succedendo … Troppo facile, secondo me, a questo punto poterla leggere con i costumi contemporanei, fare di Jean di Leida un capo dell’Isis piuttosto che un fanatico religioso. Poteva essere una lettura anche interessante e sicuramente giustificabile. Volevo vedere se invece ritornando ad una specie di simbolico 1840, il periodo storico di Meyerbeer, strizzando un po’ l’occhio al ‘500, lanciando dei lievissimi ponti con il contemporaneo, non potessimo in realtà renderla meno obbligatoriamente legata ad un periodo. Poi, alla fine, paradossalmente tutti i periodi sono gli stessi: c’è la violenza religiosa, quando nel nome di un dio tu diventi un boia e hai le giustificazioni di questo. Non è tanto lontana da oggi. Attraversa in maniera orizzontale le storie dell’uomo insomma, dell’umanità.