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Papa: migranti sono nostri fratelli. P. Baggio: Europa ascolti Francesco

Papa Francesco a Lampedusa (8 luglio 2013) - AFP

Papa Francesco a Lampedusa (8 luglio 2013) - AFP

“I migranti sono nostri fratelli e sorelle che cercano una vita migliore lontano dalla povertà, dalla fame e dalla guerra”. E’ il tweet pubblicato oggi alle 13.30 da Papa Francesco sul suo account Twitter @Pontifex, nel quarto anniversario della sua visita a Lampedusa. Il Papa chiede dunque di andare incontro a migranti e rifugiati senza chiusure. Un appello sul quale, Alessandro Gisotti ha raccolto il commento di padre Fabio Baggio, sottosegretario della sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per lo Sviluppo umano integrale. Sezione che, lo ricordiamo, è guidata personalmente dal Santo Padre:

R. – L’esperienza ci insegna che l’indifferenza, generata soprattutto dalla mancanza di conoscenza dell’altro, nel momento in cui si vengono a conoscere le storie – e le storie vere delle persone che bussano alle nostre porte – diventa un cuore che si apre quasi naturalmente – almeno di quelle persone che sono sensibili e hanno una propensione verso la solidarietà. Sono convinto che è quello che il Santo Padre sta pensando in questo momento, e cioè che provocando questo incontro, facendo in modo che le persone conoscano le storie dei fratelli e delle sorelle che bussano alle nostre porte, sicuramente la nostra apertura, la nostra accoglienza sarebbe più grande.

D. – Quattro anni fa, la visita profetica di Papa Francesco a Lampedusa: davvero profetica, se pensiamo a quello che sta succedendo. Quel viaggio sembrò allora scuotere le coscienze di tanti. Qual è l’eredità – secondo lei – di quell’evento, per la Chiesa e non solo, oltre i confini ecclesiali?

R. – Lo abbiamo sottolineato più volte: il primo viaggio fuori Roma del Santo Padre è stato a Lampedusa, di fronte a una tragedia, una tragedia enorme che ha coinvolto centinaia di vite umane e che ha lasciato l’Europa sbalordita di fronte a quello che può accadere quando viene a mancare quella capacità di accoglienza, quella umanità che dovrebbe caratterizzarci anche come continente che ha gestato e ha prodotto quelle linee umanitarie di civiltà che un po’ in tutto il mondo sono l’eredità di questo Vecchio Continente. Quindi il Papa ha voluto fare questo gesto, ha voluto essere presente, ha voluto ricordare che nessuno può sentirsi non responsabile di fronte a queste tragedie, perché qualcosa sì possiamo fare, ed è produrre possibilità, corridoi, canali, modi in cui queste persone che scappano da disastri diversi, che scappano da guerre o che scappano dalla miseria e dalla povertà possono trovare un rifugio nei nostri Paesi.

D. – Quattro anni fa la visita del Papa a Lampedusa e ora, a livello europeo, sembrano sempre più restringersi le posizioni verso i migranti. Il Papa spesso ha richiamato la vocazione europea all’accoglienza: quali vie suggerisce la Santa Sede, anche attraverso la vostra sezione?

R. – Noi cogliamo, ovviamente, quello che il Papa ha suggerito in più di una occasione e ha ricordato all’Europa, in ripetute occasioni, proprio questa sua missione particolare di civiltà nei confronti dei fratelli e delle sorelle che si trovano nel bisogno, che in questo momento sono meno fortunati. L’apertura a queste persone dev’essere fatta in modo intelligente, sicuro e sicuramente permettendo questo processo sia di accoglienza – che poi produce anche un processo di integrazione – per cui non viene a danno o non viene a produrre nessun timore nel cuore delle persone che ricevono, ma al contrario produce ricchezza e crescita in comune. Certamente, fino a quando tutta questa responsabilità viene letteralmente “scaricata” sul suolo italiano, è ovvio che risulta essere troppo onerosa e dev’essere per questo condivisa con altri Paesi.