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Iraq: si combatte ancora a Mosul. Drammatica situazione umanitaria

Soldati iracheni dopo la riconquista di Mosul  - AFP

Soldati iracheni dopo la riconquista di Mosul - AFP

Si combatte ancora sul campo a Mosul, in Iraq, dopo l’annuncio ieri della vittoria dell’esercito iracheno sul sedicente Stato Islamico. Le truppe locali proseguono le operazioni militari per fronteggiare le ultime sacche di resistenze dell’Is. Ora, però, la vera urgenza è quella umanitaria. Il servizio di Paola Simonetti:

La vittoria  è stata proclamata ufficialmente ieri, ma l’esercito iracheno ha ancora strada da fare per mettere in sicurezza Mosul e sconfiggere gli ultimi focolai di resistenza dei jihadisti che, secondo quanto riferito dalle autorità locali, controllano ancora decine di edifici del territorio urbanoL’attività più delicata e lenta quella della bonifica delle aree riconquistate dalle trappole esplosive disseminate dai miliziani del “Califfato". Ma a preoccupare ora c’è la sorte dei moltissimi civili, alcuni dei quali ancora intrappolati nella città, in preda alle più drammatiche privazioni, come conferma Francoise Dumont, di Medici Senza Frontiere, organizzazione che opera proprio a Mosul:

R. - Vediamo delle ferite atroci: da bambini colpiti da arma da fuoco, intere famiglie decimate, persone che sono rimaste lì nella zona assediata per settimane senza accesso al cibo e all’acqua sotto i bombardamenti. Quindi è una situazione molto critica. Negli ultimi giorni continuiamo a vedere tantissimi pazienti, quasi la metà sono donne e bambini. Non si sa esattamente quante persone non possono avere accesso al cibo e all’acqua. Siamo preoccupati per questi civili. Ci sono dei pazienti che ci raccontano di essere sopravvissuti soltanto con acqua, dando ai bambini salsa di pomodoro e farina. Alcuni ci hanno detto di aver mangiato erba.

D. - Una delle mergenza a cui si dedica Medici Senza Frontiere è il sostegno psicologico alla popolazione, provata da anni di conflitto e violenza e da perdite incalcolabili...

R. - A Mosul per tante persone non si tratta soltanto degli ultimi mesi di combattimento; l’Iraq ha vissuto per anni lo stato di guerra, quindi è una ripetizione di esperienze traumatiche culminate ora con una situazione di estrema violenza. Per fare un esempio: abbiamo avviato delle attività abbastanza importanti di salute mentale, sostegno psicologico e psichiatrico nei campi di profughi. Nonostante in Iraq l’assistenza psicologica è ancora stigmatizzata, è un tabù, un grande numero di persone sono venute a chiederci aiuto. Questa per noi è un’indicazione di quanto siano alti i bisogni in termini di assistenza psicologica e di quanto le persone si sentano traumatizzate.

D. - Ora, dunque, l’appello è quello di aprire la strada alla possibilità di portare aiuto alla popolazione... 

R. - Fin dall’inizio abbiamo sempre sottolineato l’importanza del fatto che tutte le parti in conflitto rispettassero le popolazioni civili e la presenza dei corridoi umanitari affinché queste potessero scappare per accedere alla salvezza e alle cure mediche. Ovviamente c’è anche il bisogno, in una situazione estrema come questa, di lasciar lavorare le organizzazioni umanitarie che operano nelle zone più vicine al conflitto. È necessario riavviare i servizi sanitari nella città perché oggi l’accesso alle cure non è garantito.