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Frontex: Paesi Ue non disponibili ad aprire i porti

Il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri - AFP

Il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri - AFP

Di Marco Guerra 

“Non c’è alcuna disponibilità da parte degli altri Paesi ad accogliere sbarchi di migranti nei loro porti”. Così il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, a margine della sua audizione all'Europarlamento, il giorno dopo l'incontro a Varsavia sulla modifica dell'operazione Triton nel Mediterraneo centrale. L’agenzia Europea ha comune garantito più sostegno all’Italia riguardo i rimpatri. Le Ong temono che una modifica del codice di condotta metta rischio migliaia di vite. 

E' una "questione complessa per diverse ragioni, soprattutto politiche e non spetta a Frontex risolvere problemi politici" ribadisce Leggeri spiegando il rifiuto degli Stati Europei a far sbarcare le navi con i migrati nei propri porti, come richiesto dalla delegazione italiana. Le delegazioni dei diversi Paesi ne hanno parlato ieri alla sede di Frontex a Varsavia, ma dal vertice è uscita solo disponibilità di mettere a punto un nuovo piano operativo per la missione Triton nel Mediterraneo centrale.

All’Italia è stato comunque garantito il sostegno sul fronte rimpatri, hotspot, sorveglianza aerea delle coste e sul codice di condotta per le Ong. Le Organizzazioni si dicono tutte preoccupate che sarà impedito loro di operare nei pressi delle acque libiche e che saranno messe a repentaglio migliaia di vite. Nel frattempo sarà cruciale la visita del Ministro dell’Interno italiano Marco Minniti domani a Tripoli. Previsto anche un’incontro con i sindaci delle regioni libiche più colpite dalle attività dei trafficanti di esseri umani, i quali saranno coinvolti nel contrasto del fenomeno.

Sulle decisioni di Frontex Oliviero Forti, responsabile immigrazione di Caritas Italia, ribadisce che la suluzione non può essere la chiusura della rotta mediterranea. "Frontex è l’agenzia europea per il controllo delle frontiere e ogni qualvolta si crea una situazione di stress nel sistema, come quella che stiamo vivendo, viene chiamata in causa come fosse un po’ la panacea di tutti i mali, in grado di sostituirsi a quelle che invece sono le decisioni politiche necessarie per affrontare seriamente la questione".

Per Forti "raffrontare Frontex rischia di diventare l’ennesimo proclama rispetto a possibili soluzioni che poi nei fatti non arriveranno. Le questioni vere le abbiamo tutti molto chiare, ma su queste non si ha il coraggio di intervenite. Sono chiaramente il ricollocamento delle persone che arrivano in Italia e in Grecia negli altri Paesi europei; ma su questo mi sembra molto chiaro il messaggio: nessuno se non l’Italia potrà raggiungere altri Paesi".

Forti a livello politico non c’è ancora una svolta...

R. – Assolutamente no, perché la questione dei porti può essere anche oggetto di discussione nel gruppo di lavoro promosso da Frontex che prenderà alcune decisioni operative, ma è chiaro a tutti, che l’Agenzia non potrà prendere alcuna decisione in questo senso, sarà sempre una decisione che dovrà essere assunta, se mai verrà assunta, a livello politico. E siccome al momento non ci sono i presupposti noi crediamo che si dovrebbe puntare l’attenzione su altro. e quest’altro non può certamente essere una criminalizzazione delle Ong.

Le Ong hanno detto che un nuovo codice di condotta porterà a più morti. Da cosa sono motivate le perplessità delle Ong?

R. – Penso che ci sia una convergenza da parte dell’Europa di intenti rispetto a questa limitazione delle Ong. Perché un nuovo codice di condotta presumibilmente non potrà che essere peggiorativo rispetto a quello che stiamo vivendo oggi, perché nei fatti c’è un buon coordinamento tra le autorità nazionali, le Ong, la guardia costiera; e quindi questo sta determinando quello che vediamo: tanti salvataggi in mare, numeri crescenti di persone che arrivano. E allora se l’intento del codice di condotta è quello di limitare l’arrivo di queste persone in Italia, questo deve essere detto chiaramente. E in questo caso è evidente che il limitare questo arrivo può, e probabilmente avrà come conseguenza, l’aumento dei morti in mare. e poi è chiaro che questi sono temi che non hanno un’unica soluzione, ma vari strumenti di gestione: ognuno sta dimostrando una forte debolezza. Dai salvataggi in mare al tema dei porti, fino al tema dei ricollocamenti e della Libia: sembra che nessuno di questi grandi temi che girano intorno alla vicenda migratoria riesca a trovare una qualche soluzione.

Domani il ministro degli Interni, Minniti, andrà a Tripoli a parlare con le autorità libiche. L’idea di poter fermare i flussi in Libia come va valutata?

R. – A noi non ci ha mai profondamente convinto la questione della gestione dei flussi migratori insieme ad un Paese che sulla carta ad oggi - mi permetto di dire - non esiste, ma non tanto perché non ha una sua identità, ma perché vive una situazione che noi tutti ben conosciamo: un Paese dove non vi è un unico governo riconosciuto, c’è un livello di corruzione elevatissimo. Pensare di gestire questa partita che è complessa e non si vuole risolvere in Europa con un paese che ha questa situazione e queste condizioni anche qui sembra veramente qualcosa di molto distante. Poi in Libia queste persone non sono sicure: subiscono violazioni costanti dei propri diritti: questa è la nostra prima preoccupazione.

Ascolta e scarica l'intervista integrale a Oliviero Forti: