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Plauso Usa per Mosul. Sako: ora cancellare ideologia jihadista

Mosul liberata - REUTERS

Mosul liberata - REUTERS

Il presidente americano Donald Trump telefona al premier iracheno al-Abadi e si congratula per la liberazione di Mosul, ribadendo il suo impegno per la totale sconfitta dell’Is nella regione. Le truppe di Washington resteranno in Iraq, anche se con un contingente più ridotto. Pure l’Italia è pronta a rimodulare la sua missione per stabilizzare l’area e affrontare la crisi umanitaria. Arrivano anche il plauso e la soddisfazione del patriarca caldeo di Baghdad, Louis Raphael Sako che chiede però di camminare ora “attraverso la lunga e faticosa strada che porta alla completa cancellazione dell’ideologia jihadista e alla costruzione di una pace e sicurezza durature. Di fatto si è ben lontani da questo obiettivo e la guerra contro l’Is è tutt’altro che finita. E’ il parere di Stefano Silvestri dell'Istituto Affari Internazionali, intervistato da Cecilia Seppia:

R. – Prima di tutto, la stessa Mosul ancora deve essere bonificata: ci sono mine, trappole esplosive che ancora rimangono nella città e probabilmente bisognerà vedere se con quelle c’è rimasto ancora rintanato qualche combattente terrorista. Ma poi, al d là di questo, c’è tutto un problema molto grosso di equilibri politici in Iraq, che potrebbero far rinascere o comunque riproporre una qualche forma di alleanza tra una parte delle tribù sunnite e i terroristi, siano essi di al Qaeda o dell’Isis.Il problema quindi è molto delicato e va affrontato per gradi, perché si tratta di ricostruire un po’ la fiducia, nella popolazione, e dopo una guerra civile così violenta ci sono dietro rivendicazioni, vendette … A questo aggiungiamo naturalmente il problema di capire come gestire la questione curda che probabilmente diventerà ancora più spinosa.

D. – Come leggere la scelta di Washington di non ridurre le truppe sul terreno, anche dopo la totale liberazione dall’Is, se mai – appunto – questo avverrà, per non commettere l’errore fatto con Obama?

R. – Non bisogna accelerare troppo la partenza, in parte perché queste truppe sono lì a garanzia della tenuta degli accordi politici: ricordiamoci che sono stati gli americani che hanno imposto a Baghdad di cambiare governo e di avere un governo più aperto nei confronti delle rivendicazioni e della partecipazione dei sunniti. E poi c’è il rapporto con la guerra che continua ancora piuttosto aspra in Siria, malgrado la tregua concordata tra Putin e Trump ad Amburgo sembri reggere nel Sud della Siria; però, tutto il resto è ancora del tutto aperto e le truppe americane sono impegnate abbastanza fortemente, anche in Siria. Per cui non si può fare una distinzione poi così netta tra i due scacchieri. Gli Usa devono restare come anche le truppe degli altri Paesi alleati.

D. – Ecco, a proposito del fronte siriano i vertici militari dicono di non potere ancora confermare la morte del califfo Al Baghdadi. Quanto peso specifico ha, secondo lei, la conferma di questa notizia per sferrare un attacco sostanzioso all’Isis?

R. – La morte di Al Baghdadi probabilmente non significa la fine dell’Isis, però sarebbe un duro colpo politico per loro. Devo dire che è stata annunciata più volte, la morte di Baghdadi: poi si è sempre rivelata falsa. Quindi questo probabilmente spiega anche l’estrema prudenza con cui si sta andando avanti sia da parte russa sia da parte americana, su questo argomento.

D. – Mosul liberata, lo dicevamo prima, non senza scie di sangue perché è stata davvero una catastrofe per i civili, come sostiene  anche l’ultimo Rapporto di Amnesty International. Secondo lei, come reagirà adesso lo Stato islamico? Cioè, si terrà strette le aree ancora occupate, cercherà di sfruttare a proprio vantaggio la ricostruzione delle zone liberate e lì dove si ricomincerà a ricostruire utilizzerà altri canali, altre modalità di rappresaglia? Cambierà, insomma, la sua strategia dopo questo colpo che ha ricevuto?

R.- Bè, il colpo è molto grosso … Diciamo che certamente dovrà cambiare strategia, probabilmente dovrà utilizzare una strategia più legata al terrorismo e meno al territorio. Ma a parte questo, si è detto più volte che comunque l’Is sta cercando nuove basi: si era parlato del Sinai, ma naturalmente la situazione adesso diventa più difficile per loro anche in Sinai, perché c’è – a quel che sembra – un crescente accordo tra israeliani e sauditi e potrebbe appunto togliere il tappeto sotto ai piedi dell’Is … In Libia, l’operazione non è riuscita, in Somalia non sembra riuscire … E' una carta, quella territoriale, che l'Is gioca costantemente fin dagli esordi, anche per mantenere più alto il numero delle reclute che vanno a combattere sotto la sua bandiera.