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Povertà in Italia: peggiora situazione di famiglie numerose e giovani

Foto di una mamma con la sua bambina in fila in una mensa - ANSA

Foto di una mamma con la sua bambina in fila in una mensa - ANSA

Sono stati diffusi, questa mattina, dall’Istat, i dati relativi alla povertà assoluta delle famiglie italiane: nel 2016, si stima che siano 1 milione e 619mila i nuclei familiari residenti in condizione di indigenza, per un totale di 4 milioni e 742mila individui. L’indagine conferma una certa stabilità rispetto al 2015, registrando un aumento dell’incidenza, dal 18,3% dello scorso anno al 26,8% nel 2016, nelle famiglie con 3 o più figli ed in quelle più giovani. Giulia Bedini ne ha parlato con Francesco Belletti, presidente del Centro Internazionale Studi Famiglia:

R. – I dati dell’Istat sulla povertà evidenziano la permanenza di un fenomeno grave, perché se si parla di un milione e mezzo di famiglie esposte alla povertà concreta, neanche al rischio di povertà, siamo oggettivamente in una transizione complicata dal punto di vista economico. La permanenza della povertà ci dice che il nostro è un sistema economico ancora in grande difficoltà e per le famiglie questo ha un volto particolare, perché uno dei dati più preoccupanti è la presenza di una quota molto rilevante di nuclei familiari con 3 o più figli minori. Quindi, c’è un bisogno di attenzione particolare nei confronti di tale fenomeno, perché un minore in povertà significa anche un indebolimento del capitale umano del futuro. E' questo un tema che dovrebbe entrare immediatamente nell’agenda del Paese.

D. - In una situazione simile, c’è anche il rischio che i valori alla base della struttura familiare possano in un certo senso deteriorarsi?

R. - È proprio un problema culturale di possibilità di progetto: quando i giovani che devono entrare nella vita attiva, trovare un lavoro, costruire il proprio progetto di vita, si trovano davanti una situazione così sfilacciata, dove le certezze sono sempre meno e i fattori di rischio sempre di più, ovviamente la strategia è quella del rinvio. Il nostro è il Paese dove maggiormente i giovani escono più tardi dalla famiglia di origine e, contemporaneamente, non si mettono in campo, non avendone le opportunità. Di fatto, dovremmo aiutare i giovani ad entrare prima nel mondo del lavoro, ad avere più certezza nella prima fase della vita e a far sì che la nascita di un figlio non sia un fattore di povertà.

D. – Quali sono i rischi per il futuro? Si può sperare di invertire questa tendenza?

R. - Questa tendenza può essere invertita: è una sfida sia culturale che di politica sociale e familiare. Occorre spostare le risorse, fare un fisco a misura di famiglia e che sostenga i carichi familiari, dunque un fisco che dia preferenza alle nuove generazioni. Pensiamo alla paura della pensione futura per i giovani di oggi che avranno percorsi previdenziali molto discontinui: per loro sarà difficile avere una pensione adeguata. Accanto al tema politico, c’è poi anche un grande tema culturale: bisognerebbe costruire un discorso pubblico sulla famiglia che non la metta sempre dalla parte del grande malato della nostra società, ma che la rappresenti come un valore, come un bene su cui investire. La famiglia genera bene comune in una maniera spropositata: c’è un patrimonio di solidarietà e di servizi alla persona che non è marginale, ma fa la qualità di una collettività. Per questo, bisogna valorizzarla e cominciare a parlarne bene e non più male.