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Charlie Gard. Il neurologo statunitense andrà a Londra la prossima settimana

La mamma e il papà di Charlie: Connie Yates e Chris Gard - REUTERS

La mamma e il papà di Charlie: Connie Yates e Chris Gard - REUTERS

di Debora Donnini e Massimiliano Menichetti

Il neurologo statunitense che vorrebbe tentare la terapia sperimentale su Charlie Gard andrà a Londra la prossima settimana, 17 o 18 luglio, per valutare la situazione del bambino e partecipare ad un meeting di esperti. Queste le nuove decisioni emerse durante l’udienza di oggi pomeriggio presso l’Alta Corte di Londra sul caso del bimbo di 11 mesi affetto da una rara patologia genetica. Fino ad ora, l’Alta Corte ha negato la possibilità di tentare una cura sperimentale negli Stati Uniti, dando un via libera - per ora sospeso - al distacco del respiratore artificiale che lo tiene in vita, come chiedeva l’ospedale che lo ha in cura ma contrariamente al parere dei genitori che invece vogliono dare una chance al piccolo Charlie. 

Il medico statunitense si chiama Michio Hirano, è un super esperto di malattie mitocondriali ed è responsabile della Divisione disordini neuromuscolari al Dipartimento di Neurologia della Columbia University di New York. Al meeting della prossima settimana saranno presenti i medici del Gosh ma anche la mamma, Connie Yates. L'incontro sarà presieduto da una "figura indipendente" che deciderà se e quando dare la parola alla madre del bimbo. Per l'udienza finale sono state individuate le date del 24-25 luglio.

Ieri, in video-collegamento con l'udienza, il medico statunitense aveva spiegato che l'elettroencefalogramma del bimbo "mostra una disorganizzazione dell'attività cerebrale, ma non un danno strutturale maggiore". "L'unico modo per dire quanto sia permanente la disfunzione cerebrale" del piccolo Charlie Gard "è tentare la terapia", ha detto. Secondo lui, il bambino ha almeno il 10 per cento, ma forse anche il 50 per cento di possibilità di migliorare e, quindi,  “vale la pena” provare.

Per Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la vita italiano la questione “è stata malposta dalla magistratura britannica fin dall’inizio”, perché il problema “non è sapere se questo bambino ha delle possibilità di recupero”, ma “con quale autorità la magistratura può stabilire che sia venuto il momento di morire, per un bambino”. “Il punto della questione – rimarca Gigli - è il valore della vita umana indipendentemente dal grado di disabilità”.

“Charlie ha diritto di vivere – dice – ed ai suoi genitori andrebbe fatto un monumento, nel senso materiale del termine, perché hanno costretto il mondo intero, fino alle sue più alte autorità, a interrogarsi su quello che stava accadendo attorno a un piccolo bambino che, come tutti gli esseri umani, ha un valore che è incommensurabile”.

Gigli si dice esterrefatto da tutta la vicenda che sta avvenendo in “un Paese di antica democrazia che - afferma - ha dimenticato i principi fondamentali dello Stato di diritto" se una magistratura può stabilire se una persona può vivere o morire sulla base di due centimetri di differenza di sviluppo della scatola cranica”.

Fondamentale per il presidente dell’associazione pro-life italiana è stata la mobilitazione mondiale che “ha fatto la differenza e che fa sì che oggi Charlie sia ancora vivo”.

Ascolta e scarica il podcast dell'intervista integrale con Gian Luigi Gigli