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Il parroco di Aleppo: c'è gente che torna perché la Chiesa aiuta

Padre Ibrahim Alsabagh - RV

Padre Ibrahim Alsabagh - RV

In Siria si continua a combattere. L'esercito turco ha attaccato le postazioni dei curdi siriani del Pyd-Ypg nel nord del Paese, dopo che questi ultimi avevano aperto il fuoco contro dei mezzi da ricognizione di Ankara. Continuano i bombardamenti anche ad Aleppo. Ascoltiamo la testimonianza del parroco della città, il padre francescano Ibrahim Alsabagh, al microfono di Luca Collodi:

R. – Quello che vediamo noi sul terreno è un po’ diverso rispetto a quello che si può immaginare. Ieri e l’altro ieri ci sono stati tantissimi bombardamenti nella parte della città nuova di Aleppo e tanti civili sono rimasti uccisi dai missili lanciati dai gruppi armati che sono fuori della città, e continuano bombardamenti forti, atroci, durante la notte. L’acqua va e viene, l’elettricità continua a non esistere … Ieri per tutta la giornata non abbiamo avuto collegamenti internet e neanche i cellulari funzionavano. La vita è molto pesante per la gente: il carovita aumenta sempre e la gente si guarda attorno e dice: “Ma, abbiamo finito o non abbiamo finito? Ci sarà un’altra possibilità per una vita nuova?”.

D. – Questi gruppi armati sono riconducibili all’Is?

R. – Veramente non sappiamo niente. Noi sentiamo i rumori e vediamo gli effetti ma non si capisce. Tante volte dicono che è l’Is, tante volte dicono che ci sono ancora altri gruppi. Da parte nostra, si cerca sempre di operare per la riconciliazione e il dialogo … si cerca con tutte le forze di tendere la mano, per arrivare a una situazione locale pacifica con una parte e con l’altra.

D. – Ci sono siriani che stanno ritornando ad Aleppo…

R. – Questo è un segno che ci dà tanta speranza: dall’inizio di quest’anno a oggi, sono 18 le famiglie che sono tornate. E ci sono notizie che alcune altre famiglie pensano di tornare. Quando domandiamo il perché, ci rispondono: “Abbiamo sentito che la Chiesa assiste, aiuta, incoraggia e quindi è pronta anche a intervenire nella ricostruzione di una casa danneggiata, a dare una mano a un padre di famiglia a trovare un lavoro e per pagare qualcosa, a donare un pacco alimentare di prima necessità …”. Questo ci fa molto piacere e ci incoraggia anche ad alzare il livello dell’accoglienza. Nonostante questo segno di speranza, c’è anche un altro segno: ci sono anche quelli che oggi pensano di andarsene. Sembra una contraddizione, però ci sono adesso le famiglie divise – una parte qui, una parte in Europa; da qui chiamano i loro genitori, i loro figli, vogliono partire perché non vedono più speranze per la città e per il Paese. Per questo, alcuni continuano a pensare di lasciare.

D. – Qual è la situazione più in generale in Siria?

R. – E’ un Paese frantumato, un Paese distrutto; non ci sono servizi, come acqua ed elettricità; il lavoro è rarissimo, durante il mese del Ramadan ci si aspettava che il commercio si sarebbe avviato un po’: non ci sono state vendite … L’unico commercio che c’è e che funziona è quello dei generi alimentari, anche perché noi come Chiesa compriamo e distribuiamo tutto alla gente per quanto riusciamo. E’ un Paese ferito, un Paese distrutto, un Paese paralizzato economicamente che incomincia a essere un mercato completamente dipendente dai mercati esteri; c’è anche una riduzione considerevole del valore della lira siriana e la gente si guarda intorno, cerca di vedere un futuro che però, dal punto di vista umano, non si vede …