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Vescovi di Bosnia ed Erzegovina: i cattolici stanno scomparendo

Il card. Puljić, arcivescovo di Sarajevo

Il card. Puljić, arcivescovo di Sarajevo

I vescovi della Bosnia ed Erzegovina hanno concluso a Banja Luka la 70.ma assemblea plenaria. Tante le sfide affrontate, in primis l’urgenza di una convivenza pacifica tra le varie etnie, la promozione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, l’operato della Caritas a sostegno dei bisognosi. Dal cardinale Vinko Puljić, presidente della Conferenza episcopale del Paese è arrivato però anche l’affondo contro quanti stanno mettendo in atto una “strategia malvagia” volta a danneggiare la Chiesa e i cattolici. ll vescovo di Banja Luka, mons. Franjo Komarica, ha affermato che senza un serio intervento internazionale è solo una questione di tempo prima che i cattolici scompaiano completamente dalla Bosnia. Il servizio di Cecilia Seppia:

Vivere insieme ciascuno secondo la propria identità: è l’auspicio dei Vescovi di Bosnia ed Erzegovina che riuniti nella 70.ma Assemblea Plenaria a Banja Luka hanno evidenziato il difficile contesto in cui si trovano oggi le tre principali etnie religiose del Paese: i musulmani, i serbi ortodossi e i croato cattolici. In particolare il presidente della Conferenza episcopale, il cardinale arcivescovo di Sarajevo, Vinko Puljić, ha detto di "non poter ignorare il clima che si è instaurato nell’ultimo periodo, opera di una strategia malvalgia che sta cercando di mettere a tacere la Chiesa", muovendo contro di essa o contro i suoi vescovi false accuse. Il cardinale Puljić ha parlato in particolare di “alcuni poteri” che vogliono fermare mons. Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka, strenuo paladino della giustizia e degli ultimi e adesso oggetto di calunnie in relazione alla ricostruzione delle case dei pochi cattolici che sono tornati. Tra le sfide affrontate dai presuli anche la questione della disoccupazione che affligge il 40 per cento della popolazione e l’operato della Caritas che si trova a sostenere sempre più persone, giovani, padri di famiglia, che hanno perso il lavoro. Ne abbiamo parlato con Matteo Tacconi, giornalista, esperto dell’area:

"La Bosnia Erzegovina è sicuramente il Paese che insieme al Kosovo ha i problemi maggiori: la disoccupazione sta tra il 30 e il 40 per cento, quella giovanile arriva al 60, molte fabbriche hanno chiuso, i processi di privatizzazione sono stati viziati da fenomeni e dinamiche di arricchimento personale da parte della classe politica … C’è comunque questo clima di paura, perché i politici giocano sulle paure ma alla fine riescono a far sì che questo gioco funzioni perché le persone poi in realtà hanno davvero ancora paura che possa succedere qualcosa e si trovano a votare sempre le stesse persone alle elezioni. Quindi è veramente statico il quadro e essendo statico da ormai 25 anni, è sempre più pesante, sempre più frustrante … E’ difficile recuperare la Bosnia ed Erzegovina, anche perché oggi l’azione della comunità internazionale è molto più debole rispetto agli anni addietro; l’Europa ha una crisi interna, quindi è meno proiettata sulla regione balcanica e sulla Bosnia ed Erzegovina; Gli Stati Uniti hanno dimenticato quasi del tutto la regione... Però, a fronte di tutti questi problemi che sono veramente gravi, secondo me dobbiamo fare lo sforzo di guardare anche a quello che di buono esiste in questo Paese. La dote che questo Paese può dare è proprio quella della convivenza, della coesistenza tra persone di cultura, religione e nazionalità diversa".

I giovani, stremati da un Paese che non cambia e in ostaggio dei nazionalismi ancora presenti, scelgono spesso di emigrare provocando un’emorragia senza fine di risorse e cervelli, oltre che un dramma demografico. Eppure questi giovani sono considerati dalla popolazione della Bosnia ed Erzegovina come l’unica, reale possibilità di cambiamento futuro. Secondo Matteo Tacconi la speranza di un Paese più giusto caratterizzato dalla convivenza pacifica è però proprio nelle mani delle religioni:

"Ci sono molti giovani che credono a questa cosa, ma ci sono molti altri giovani che, essendo nati dopo la guerra, hanno assorbito un certo racconto della guerra, una certa retorica della guerra e in un certo modo sono addirittura più radicali della generazione che la guerra l’ha fatta. Invece, secondo me, può avere un ruolo fondamentale la religione. Noi non dobbiamo dimenticare che esiste un Consiglio interreligioso a Sarajevo; è un consiglio che funziona in tutto il Paese, anche se la sua sede è ovviamente a Sarajevo, in quanto capitale, che riunisce i cattolici, i musulmani, gli ortodossi e gli ebrei, che fanno delle cose egregie: per esempio, un po’ di tempo fa hanno organizzato un pellegrinaggio congiunto sui luoghi del dolore, luoghi dove ognuna di queste religioni aveva subito un torto, c’era stata una strage durante la guerra. Insomma, sono atti importanti che non hanno molto risalto fuori dalla Bosnia e nemmeno tanto in Bosnia, che però servono per mettere un mattoncino alla volta per tirare su l’edificio del dialogo".

Occorre rimettere in piedi un tessuto “sano” nel quale siano possibili l’attivismo, la partecipazione giovanile, le opportunità lavorative, l’incontro con il diverso, ma è importante anche rivedere gli Accordi di Dayton che se un tempo misero fine al più cruento conflitto in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, rappresentano ormai una soluzione ingiusta e insostenibile che ha spinto il Paese in una crisi sempre più profonda.