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Turchia, Erdogan: pronto a reintrodurre la pena di morte

Il presidente turco Erdogan a Istanbul - AFP

Il presidente turco Erdogan a Istanbul - AFP

Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza ieri in Turchia per celebrare il fallito golpe dello scorso anno. Il presidente Erdogan interviene sia a Istanbul che ad Ankara e minaccia di reintrodurre la pena di morte se approvata dal Parlamento. Dall’Europa mano tesa alla Turchia solo se Ankara rispetterà i diritti. Il servizio di Elvira Ragosta:

Una festa chiamata “Marcia di unità nazionale”e iniziata nel pomeriggio di ieri a Istanbul, sull’ex ponte del Bosforo, ribattezzato "Ponte dei martiri del 15 luglio", il luogo in cui un anno fa i tank bloccarono gli accessi dando inizio al fallito golpe contro il presidente. Grande partecipazione anche nella capitale Ankara, dove la folla si è ritrovata in tarda serata davanti al Parlamento. “Taglieremo la testa ai traditori” esordisce Erdogan nel suo discorso a Istanbul e si dice pronto a reintrodurre la pena capitale se il Parlamento dovesse votarla. “La mano dell’Unione europea resta tesa verso la Turchia, ma Ankara deve dimostrare di voler essere europea e prendere a cuore i valori europei fondamentali” scrive oggi il presidente della Commissione europea, Jean Claude Junker in un intervento pubblicato dal giornale tedesco Bild.

Secondo Juncker, "Un’ Unione dei diritti umani, della libertà di stampa e dello Stato di diritto non sono compatibili con l'arresto e l'isolamento di giornalisti". "Nell'ultimo nostro colloquio a maggio - aggiunge il presidente della Commissione Ue - ho avuto l'impressione che lui cerchi la vicinanza dell'Europa. Ci siamo accordati su un progressivo approfondimento della cooperazione in campi come la politica energetica, della sicurezza e l'anti-terrorismo. Insieme - scrive ancora Junker - possiamo raggiungere di più di quanto si raggiunga ciascuno per conto proprio”.

Per Ankara, dietro il tentato colpo di stato del 15 luglio 2016, costato la vita a 249 persone, c’è la mente dell’imam Fetullah Gulen, in esilio volontario negli Stati Uniti, ritenuto il capo di un’organizzazione sovversiva. Oltre 50mila gli arresti eseguiti in un anno nei confronti di presunti sostenitori del golpe e 150mila i licenziamenti. In carcere ci sono anche 150 giornalisti.