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Il carcere, la malattia: limiti per riscoprire il divino

Il carcere, la malattia: due limiti per riscoprire il divino - ANSA

Il carcere, la malattia: due limiti per riscoprire il divino - ANSA

“Io e Juri siamo molto diversi e non era scontato che riuscissimo ad assemblare delle riflessioni comuni senza perdere le nostre caratteristiche personali. Dialogare con lui è stato per me un esercizio all’ascolto, al rispetto reciproco e soprattutto alla pazienza: ho imparato a rispettare i nostri rispettivi tempi”. A parlare è Chiara M., ex-infermiera di Trento, colpita intorno ai vent’anni da una malattia rara progressiva, attualmente inguaribile, e diventata scrittrice con il libro autobiografico ‘Crudele dolcissimo amore’. Chiara ha trasformato in un nuovo libro il dialogo epistolare, nato per caso, con Juri Nervo, fondatore dell’Eremo del silenzio nelle ex-carceri Le Nuove a Torino, con il quale ha firmato, a quattro mani, il volume ‘La cella e il silenzio’ (San Paolo).

Trovare serenità in galera 
“La mia esperienza – spiega Chiara M. – mi ha insegnato che c’è una similitudine fra il carcere e la malattia. Una patologia cronica, invalidante come la mia, senza via d’uscita, io la chiamo una specie di galera, perché non c’è via di scampo. Devo fare i conti ogni giorno con i miei limiti e un dolore costante che non mi abbandona mai. A volte non ho neanche la mia ora d’aria, perché non ho la forza di uscire di casa. Ho sperimentato la solitudine, l’abbandono, le incognite che ho davanti, l’impotenza. Ma, nel corso degli anni, ho cercato e trovato serenità e pace nonostante tutto. Ma non s’improvvisa nulla, servono anni di allenamento: ma l’importante è cominciare”.

La forza della piccolezza 
“L’incontro con Chiara è nato dalla mia curiosità”, spiega Juri Nervo. “Dopo aver letto i suoi libri ho avuto voglia di confrontarmi con lei e le ho mandato una mail, perché da tempo volevo scrivere della mia esperienza del silenzio. Ma non avrei mai immaginato che il confronto diventasse così profondo. Lei è stata la mia maestra, non avevo mai scritto un libro, e soprattutto in modo paziente, perché ho la capoccia dura”. “Incontrare Chiara M. – spiega ancora Juri – mi ha permesso di riscoprire con lei il concetto della piccolezza, che a volte è anche forza. Il suo punto di vista è molto interessante: la malattia e il carcere sono esperienze che hanno punti di contatto. Ma non sono gli unici ambiti: sono tante le carceri che ci creiamo o portiamo dietro, anche se non siamo detenuti o malati”.

La scala del silenzio 
“Nel libro parliamo della scala del silenzio”, spiega ancora Juri. “Il silenzio, che vive un detenuto come un malato, è un’esperienza che all’inizio, quando saliamo il suo primo gradino, crea dei problemi. Non si trova la pace, ma la confusione che abbiamo nella testa e nel cuore. Ma da lì bisogna passare. Poi nasce la consapevolezza, la verità con se stessi che è l’unica che ci consente d’incontrare Dio”.  

Lasciare che accada 
“Di fronte all’ineluttabilità della mia malattia mi sono chiesta cosa potevo tirare fuori di buono da un simile disastro e ho scoperto che il silenzio in questi casi la fa da padrone. Non è facile, infatti, stare in silenzio soprattutto se non l’hai scelto. In fondo lo temiamo tutti, perché ci costringe a stare con noi stessi”, aggiunge Chiara M. . “Così è cambiato il mio rapporto con il tempo. Oggi nessuno ha tempo. Mentre negli ospedali, nelle case di riposo e nelle carceri, noi che siamo utenti di queste strutture, di tempo ne abbiamo da vendere. Così ho imparato ad ascoltare il silenzio, a sentire cosa aveva da dirmi, cosa risuonava dentro di me. Prima però mi sono dovuto liberare dai pensieri, dai mille pensieri che come zanzare mi ronzavano in testa. E devo dire che quest’esercizio fa scoprire molto su se stessi”. “Nel silenzio ho imparato anche a lasciare che le cose accadano”. Continua Chiara. “Quando davanti a una situazione come la mia ti accorgi che ogni sforzo è inutile, impari ad abbandonarti, a lasciare il timone della tua barca a quel qualcun altro con la q maiuscola, come dico sempre io. Non è rassegnazione è la libertà di farsi portare”. “Sì, è la consapevolezza che possiamo affidarci, come dei bambini a un padre”, aggiunge Juri Nervo. “Certo, prima bisogna avere avuto quell’incontro d’amore da cui nasce tutto”.     


(Fabio Colagrande)