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Austria: no a visti per i migranti. Pronta chiusura del Brennero

Gommone carico di migranti  - ANSA

Gommone carico di migranti - ANSA

In Europa si infiamma il dibattito sulla gestione dei migranti. L’Austria dice "no" all’ipotesi che l'Italia possa concedere visti umanitari a migranti, che permetterebbero loro di viaggiare all’interno dell’Unione Europea. Vienna inoltre minaccia la chiusura della frontiera del Brennero. Sulla questione interviene anche l’Onu. Il servizio di Giancarlo La Vella:

Si fa sempre più concreta la possibilità che l’Austria chiuda il Passo del Brennero, al confine con l’Italia, nel caso in cui Roma conceda visti umanitari provvisori, che consentirebbero ai migranti di circolare su tutto il territorio europeo. Nonostante la smentita del ministro degli Esteri, Angelino Alfano, i rapporti tra Roma e Vienna tornano tesi. All’Austria l’appoggio della Commissione europea: “L’Italia non può fornire documenti di viaggio ai richiedenti asilo”. La situazione al Brennero attualmente è sotto controllo, ma l’Austria fa capire di essere mobilitata e di poter chiudere il valico con l’Italia, se ci fosse emergenza negli arrivi, nell'arco di 24 ore con un immediato schieramento di militari e mezzi. Oggi il sopralluogo al Passo del ministro degli Interni austriaco, Wolfgang Sobotka. Intanto, i ministri degli Esteri dell'Unione, riuniti a Bruxelles, hanno varato nuove regole limitative per l'export di gommoni e di motori fuoribordo verso la Libia, tutti materiali usati dagli scafisti per il trasporto dei migranti nel Mediterraneo. E sul nuovo codice di condotta per le Ong che operano in mare arrivano le critiche dell’Unicef. L’Agenzia Onu per l'Infanzia ritiene che la “priorità sulla sicurezza rischia di mettere ostacoli ai soccorsi”. Sulla questione interviene anche l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unchr), che chiede di aprire canali per chi fugge dalla povertà, maggior contrasto ai trafficati e si dichiara pronto a lavorare con Bruxelles al piano di reinsediamenti per valutare le richieste di asilo. Il tuttto direttamente in territorio africano.

L'Unione Europea, quindi, ha dato il via libera al "Codice di condotta per le ong" impegnate nelle operazioni di salvataggio dei migranti in mare, proposto dalle autorità italiane. Si tratterebbe di un vero e proprio decalogo con indicazioni precise: dal divieto di entrare nelle acque libiche all'obbligo di collaborazione con la polizia italiana. Critiche dalle organizzazioni umanitarie, fra cui l'Unicef, secondo cui il codice mette a rischio molte vite, soprattutto quelle dei bambini. Sentiamo Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, al microfono di Fabio Colagrande:

R. - Voglio ricordare che negli ultimi anni sono già morti migliaia di bambini in mare. Invece tanti ne sono stati salvati proprio grazie all’aiuto di queste navi e della Guardia costiera italiana, che hanno fatto un lavoro straordinario, spesso riempiendo un vuoto che invece proveniva da politiche europee abbastanza discutibili. Questo codice da un lato prevede un quadro legislativo piuttosto chiaro, dall’altro limita un po’ gli spostamenti e le operazioni della navi delle ong. Naturalmente porta a cambiamenti che secondo noi ostacolano i salvataggi e possono causare altre morti. In che senso? E' chiaro che l’Italia ha fatto tanto; è chiaro che l’Italia va lodata per il suo grande sforzo, però qualsiasi tipo di rafforzamento del quadro legislativo della sicurezza in campo, non deve creare, anche inavvertitamente, problemi nel salvataggio dei bambini e soprattutto bisogna evitare che questi anneghino.

D. - Quali sono gli aspetti del codice di condotta che vi preoccupano di più?

R. - Questo codice di condotta proposto va valutato. Il fatto che le navi delle ong non devono entrare in acque libiche; voglio ricordare che gli sconfinamenti sono stati sempre tutti dichiarati e d’accordo con la Guardia costiera, però la criticità secondo noi è su due punti. Il primo è che a bordo delle navi dovrebbero essere presenti degli ufficiali di polizia e di sicurezza e questa cosa secondo noi potenzialmente potrebbe compromettere un po’ l’indipendenza di una ong. Il secondo punto, forse più importante è questo: il codice sembra includere un piano nel quale i bambini potrebbero essere esposti al un rischio di essere rimandati in Libia senza attuare delle misure di protezione. Quindi di fatto noi li esponiamo a privazioni, a danni, a violazioni, che di fatto sono le stesse cause che li hanno spinti a fuggire. In Libia, voglio ricordarlo, ci sono 34 centri di detenzione nei quali spesso transitano queste persone. In 14 di questi abbiamo evidenze di situazioni abbastanza gravi, ma nei restanti 14 gestiti da milizie di cui non abbiamo ancora ben chiara la provenienza, ci sono violenze sessuali quotidiane ai danni dei bambini. Capisco le responsabilità di cui si è fatta carico fino ad oggi l’Italia, però dobbiamo tenerlo presente nel momento in cui presentiamo poi un decalogo così importante, che naturalmente mi auguro non provochi poi tra qualche mese o settimana, un’altra strage con 500 morti al largo della Libia. Naturalmente ci ritroveremo probabilmente con lo stesso stupore e la stessa indignazione che abbiamo provato tre anni fa quando questi episodi sono accaduti e che purtroppo poi si sono ripetuti più volte. La mia paura è che il contesto libico oggi, malgrado i finanziamenti, malgrado l’impegno del governo, tutte le misure prese e il rafforzamento del governo Serraj in qualche modo non regga in questa fase.

D. - Voi dunque dite che le restrizioni sui salvataggi in mare o il rimandare i bambini rifugiati in Libia non possono essere soluzioni ….

R. - No, assolutamente: sono contro ogni norma del diritto internazionale. La più importante è che è una violazione palese della Convenzione del 1989 sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che parla  di protezione, trattato firmato – lo ricordo - da tutti Paesi del mondo, che quindi in qualche modo con un codice come questo raramente viene rispettato.