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Giovagnoli: Francesco esprime la realtà di un mondo senza egemonie

L'abbraccio dei ragazzi durante il viaggio del Papa a Manila (gennaio 2015) - AFP

L'abbraccio dei ragazzi durante il viaggio del Papa a Manila (gennaio 2015) - AFP

Di Emanuela Campanile

A quattro anni di distanza dal primo viaggio Internazionale che portò Papa Francesco in Brasile per celebrare con tre milioni di giovani la Giornata Mondiale della Gioventù 2013come si configura la visione geopolitica del Pontefice arrivato “quasi dalla fine del mondo”? 

Con il cuore per e nelle periferie esistenziali e geografiche di uno scacchiere internazionale instabile e mutevole, cifre distintive di questo disordinato XXI secolo, Francesco sceglie i “piccoli” della storia, ovunque siano.

Tra le 18 tappe internazionali del Pontefice, Azerbaijan, Sri Lanka, Filippine e Corea del Sud perché, come spiega lo storico Agostino Giovagnoli della “Cattolica” di Milano, "lo sguardo del Papa arriva fino all’Asia", oltre la Muraglia Cinese.

Intanto, l'agenda di Francesco cresce: si recherà in Colombia da 6 all'11 settembre, poi in Cile e Perù (18-21 gennaio 2018) mentre Panama lo aspetta per la Gmg del gennaio 2019.

Ascolta e scarica il podcast dell'intervista ad Agostino Giovagnoli

R. - Direi che prima di tutto Papa Francesco è un buon interprete di questo tempo, nel senso che esprime efficacemente la realtà di un mondo che non ha più un centro, non ha più una guida solida, un’egemonia che prevalga su tutto il resto come è stata in passato quella dell’Occidente, in particolare modo con gli Stati Uniti. Oggi il mondo globalizzato è un mondo frammentato. Ma, Papa Francesco è uno dei pochi, pochissimi, che sa esprimere quelle esigenze di unità e di pace che proprio un mondo così frammentato e conflittuale oggi esige con forza.

D. - Papa Francesco ha spostato il centro nelle periferie …

R. - Spostarsi verso le periferie è la sua interpretazione evangelica, pastorale, cristiana, di un processo storico di decentramento basato proprio sul partire dalle periferie. Pensiamo, ad esempio, all’apertura anticipata dell’Anno della Misericordia a Bangui, piccola capitale di un piccolo e tormentato Paese nel cuore dell’Africa, a sottolineare, evidenziare, l’importanza delle tante periferie. Quello del 21.mo secolo è un mondo di periferie e i suoi abitanti, in qualche modo, anticipano un futuro che è sempre più diffuso.

D. - Lo sguardo di Papa Francesco va anche verso l’Asia. Ricordiamo il suo viaggio nel 2015 nelle Filippine, in Sri Lanka e poi in Corea del Sud …

R. - Papa Francesco è molto consapevole del fatto che una Chiesa in uscita è una Chiesa che mette il suo impegno missionario al primo posto, quindi deve occuparsi anzitutto dell’Asia, il Paese dove il Vangelo è penetrato di meno per motivi storici: la presenza dei cristiani, dei cattolici in particolare, la presenza di una piccola anche se significativa minoranza in alcuni Paesi o addirittura assenza in altri grandi Paesi. In tutto questo la sua grande attenzione nei confronti della Cina è molto interessante, perché è una Cina che Francesco guarda con simpatia, con vicinanza, quindi non più un mondo lontano da avvicinare guardandolo da Occidente, da Roma o da dove che sia, ma un rispetto, un apprezzamento, un guardare dall’interno la storia cinese e i suoi primi passi invitando il resto del mondo – in primo luogo l’Occidente – ad accogliere la Cina senza diffidenza, ma inserendola in un tessuto di solidità internazionale. Dunque è un Papa che pur venendo dall’estremo Occidente, come talvolta viene definita l’Argentina, ha nel suo cuore l’Asia, in modo particolare la Cina.

D. - Secondo lei, agli osservatori dei vari equilibri sottili geopolitici in questo periodo, cosa suggerisce Papa Francesco?

R. - Suggerisce di prendersi a cuore i destini del mondo attraverso i destini dei popoli e in particolare dei poveri che vivono nelle periferie. Questa è una grande bussola che altri non hanno ed è estremamente efficace. Lo vediamo dagli incontri con i grandi della Terra, con Putin, anche da quello più tormentato con Trump, dai moltissimi colloqui che ha avuto con Angela Merkel. Evidentemente, i cosiddetti “grandi della Terra” sentono il bisogno di ascoltare un Papa che sa parlare, ad esempio, di una “Terza Guerra Mondiale a pezzi” cioè che sa cogliere degli elementi trasversali che unificano il mondo – magari in negativo, come la vendita delle armi e altre occasioni di conflitto – e in qualche modo interpretare il mondo di oggi con grande efficacia. È per questo che vengono ad ascoltare e a cogliere i suoi consigli.