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De Robertis: Europa incapace di affrontare unita questione migranti

Il primo ministro ungherese Orban e il presidente del consiglio italiano Gentiloni - EPA

Il primo ministro ungherese Orban e il presidente del consiglio italiano Gentiloni - EPA

di Michele Raviart

Chiusura dei porti italiani e identificazione dei richiedenti asilo fuori dai confini dell’Unione Europea. Su questi temi continua la polemica tra alcuni Paesi dell’Europa orientale e l’Italia sulla gestione dei migranti. Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno scritto una lettera indirizzata al presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni in cui hanno ribadito l’esigenza di proteggere le frontiere esterne dell’Unione. I quattro Paesi, riuniti nel cosiddetto gruppo di Visegrad (V4), hanno ribadito l’esigenza di chiudere le frontiere esterne dell’Europa all’immigrazione. L’obiettivo è quello di riconoscere le persone titolari del diritto d’asilo prima di raggiungere il territorio europeo, grazie a hotspot e centri di accoglienza fuori dai confini dell’Europa. Un progetto al quale i Paesi di Visegrad dichiarano di voler “contribuire in modo significativo”, escludendo tuttavia ogni azione che possa incentivare l’arrivo dei migranti, prima tra tutte il ricollocamento dei rifugiati dall’Italia e la Grecia verso tutti gli altri Stati membri.

Un duro colpo alla solidarietà europea, rafforzato dalle parole del premier ungherese Viktor Orban che, in un’intervista radiofonica ha anche chiesto all’Italia di “chiudere i porti” per arginare i flussi migratori dal Mediterraneo. “Dai nostri vicini, Paesi che condividono il progetto europeo, abbiamo diritto di pretendere solidarietà e non lezioni”, la replica di Gentiloni, dopo che nei giorni scorsi anche il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz aveva suggerito all’Italia di trattenere tutti i migranti nell’Isola di Lampedusa.

Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni dall’inizio dell’ anno sono 111.514 le persone che hanno attraversato il Mediterraneo in cerca di una vita migliore, l’85% delle quali sono approdate in Italia. Numeri importanti ma non impossibili da gestire, anche se iniziative come quelle proposte dalla Visegrad mettono in discussione le basi del progetto europeo, come spiega don Giovanni De Robertis, direttore della Fondazione Migrantes:

R. – (Dalla proposta) certamente deriva un messaggio di paura e di chiusura. È il rifiuto di guardare la realtà del mondo in cui noi viviamo, che è una realtà tragica, dove a tanti esseri umani è negata non dico una vita dignitosa, ma la stessa possibilità di vivere, a causa delle guerre che purtroppo sono in crescita: come dice spesso Papa Francesco, assistiamo a una vera e propria “terza Guerra Mondiale a pezzi” anche a causa del commercio delle armi che invece è sempre più fiorente, della fame e di disastri ambientali. Quindi è un messaggio proprio di rifiuto di guardare la realtà e anche l’illusione di potersi salvare da soli. Sono proposte poi che non hanno nessuna ricaduta possibile, che negano anche le acquisizioni delle dichiarazioni dei diritti dell’uomo. Io penso che bisognerebbe proprio incontrare, vedere questa umanità scalza, incapace anche di reggersi in piedi, questi bambini… Ecco, io penso che quello che manca è proprio a volte guardare negli occhi questi nostri fratelli. E poi non sono problemi insormontabili: quello che colpisce è l’incapacità dell’Europa di affrontare insieme certamente questa fatica, questa sfida; ma accogliere un milione di profughi in un continente di 550 milioni di persone – il continente più ricco della terra – non sarebbe un’impresa impossibile se ci fosse una unità di intenti.

D. – Perché questa mancanza di unità? Ricordiamo che l’Europa ha la tutela dei diritti umani più avanzata del mondo…

R. – Perché purtroppo quei diritti sono proclamati e scritti sulle carte ma non più nei nostri cuori. Quella domanda che il Papa ha ripetuto a Strasburgo: “Cosa ci è successo Europa?” Io ricordo un ragazzo afghano, e lui diceva: “Noi ammiriamo l’Europa: un continente dove anche i cani hanno diritti”. E la delusione poi arrivando in Europa di accorgersi che quei diritti, che sono segnati sulla carta, sono soltanto verbali. Quindi manca forse la consapevolezza di quei valori e di quelle certezze che hanno portato a scrivere quei diritti. E un certo tipo di politica che avvelena soltanto i popoli, certamente non aiuta a recuperare queste radici e questi valori.

D. – Qual è la situazione invece dell’Italia e se effettivamente c’è un bisogno di sostegno…

R. – Certamente, non si può pensare che l’Italia debba affrontare da sola questa emergenza. Ripeto: emergenza che non sarebbe tale se fosse affrontata insieme, dalla comunità europea. Fra l’altro noi sappiamo che la grandissima parte di questi richiedenti asilo poi lascia il territorio italiano, solo che ciò viene fatto – purtroppo – dovendosi affidare alla criminalità, pagando alti prezzi, non solo economici ma anche umani. Quindi bisogna guardare la realtà così com’è, non chiudere gli occhi e cercare le soluzioni più adeguate e rispettose della dignità umana.  

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