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Torna l'allarme sovraffollamento nelle carceri italiane

L'interno di un carcere italiano - ANSA

L'interno di un carcere italiano - ANSA

di Paola Simonetti

Negli istituti penitenziari italiani torna a crescere il numero dei detenuti, con una rinnovata, pericolosa situazione di sovraffollamento, destinata a condurre l’Italia sull’orlo di una nuova condanna europea. E’ l’allarme lanciato dall’associazione Antigone con i suoi ultimi dati sul tema.  Oltre 3 mila i detenuti in più solo negli ultimi 12 mesi e un tasso di sovraffollamento del 113,2 per cento, che rischia a fine 2020 di far tornare l’Italia ai numeri dell’emergenza del 2010. 57mila le presenze attuali a fronte delle 54mila di un anno fa. Misure carcerarie inadeguate ai reati commessi, con 15 mila detenuti che potrebbero andare in misura alternativa e un uso smodato della custodia cautelare, la cause del rinnovato ingolfamento fra le mura carcerarie secondo l’associazione Antigone. Il presidente dell'organizzazione, Patrizio Gonnella:

“Quelle riforme buone che furono pensate negli anni 2013, 2014, 2015, oggi sono scadute. Alcune di quelle erano a tempo. Poi, non c’è più dibattito culturale e politico su questo tema. Inoltre aggiungo che questa è una fase legislativa importante perché il parlamento lo scorso giugno ha approvato una legge di riforma dell’ordinamento penitenziario delegando il governo a fare dei decreti legislativi che dovranno riguardare anche le misure alternative. Noi con quei numeri abbiamo voluto dire che potremo portare verso l’esterno, verso pene di tipo non carcerario, realmente riabilitanti, che non allontanino le persone dalle loro famiglie, che non facciano perdere il posto di lavoro, tantissima gente”.

Ad aggravare lo scenario dei penitenziari, anche il dramma dei suicidi, 27 solo dall’inizio dell’anno. Ancora Gonnella:

“Siamo a 29 suicidi dall’inizio dell’anno; l’ultimo a Rebibbia (il 28 luglio). Ogni suicidio è esito di una storia personale, non è facile dimostrare - e non sarebbe corretto dal nostro punto di vista dirlo - che è l’effetto diretto del sovraffollamento. Ma può essere un effetto indiretto del sovraffollamento, perché quest’ultimo trasforma le persone in numeri, le rende anonime, le rende non conoscibili agli operatori penitenziali che nel frattempo non crescono in numero, non si sovraffollano, anzi, diminuiscono perché non ci sono più assunzioni”.

E se ogni storia è personale, certamente il denominatore comune della disperazione è, secondo il cappellano del carcere romano di Rebibbia, don Sandro Spriano, la solitudine in cui spesso i detenuti di trovano a vivere il disagio della detenzione:

“Ritengo che se vogliamo provare ad essere più attenti e più capaci di offrire un sostegno alle persone in difficoltà, dovremmo aumentare la possibilità di relazioni in carcere. Si dice tanto che conta tantissimo la famiglia; poi non diamo spazio alla famiglia quando c’è perché le ore di colloquio sono quattro, sei o tre a seconda dei circuiti di sicurezza. Le telefonate sono una a settimana per chi ha i soldi. La maggior parte dei suicidi secondo me avviene per problemi legati alla vita famigliare e famigliare di prima. Quindi mancando questa relazione non c’è possibilità di ottenerle in maniera seria, costante. Credo che questo sarebbe il primo cambiamento da fare nell’ordinamento penitenziario: aprire queste carceri alla possibilità di colloquio, di contatti, di telefonate come già avviene in molte carceri europee”.

A rendere terra di nessuno i penitenziari, secondo Gonnella e don Spriano, una mala cultura della politica, che dovrebbe tornare a considerare il carcere ambiente di vero riscatto:

Gonnella: “Rimettere al centro la questione carceraria, far sì che la dignità della persona sia sempre considerata, che il carcere sia pieno di attività lavorative, trattamentali, religiose, istruttive, che in carcere si possa studiare e far quello che fuori non si è riuscito a fare e che quindi ha prodotto quella vita carceraria”.

Don Spriano: “C’è un’immobilità: il carcere viene considerato dalla società e dal nostro Stato, dai nostri politici, come unica soluzione alla criminalità, piccola o grande che sia”.

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