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Caos e violenza in Centrafrica: colpite anche comunità cristiane

Caschi blu in Repubblica Centrafricana - AFP

Caschi blu in Repubblica Centrafricana - AFP

di Michele Raviart

Nonostante la tregua firmata a giugno a Roma, dall’inizio del mese di luglio sono almeno sessanta le persone rimaste uccise negli scontri nella Repubblica Centrafricana. Come ha ricordato Papa Francesco ad essere colpite sono anche le comunità cristiane. A Bangassou è stata attaccata la cattedrale mentre alla missione di Gambo, tre operatori della Croce Rossa e un’altra dozzina di persone sono state uccise dai gruppi armati. 24 morti a Batangafo, altre dieci vittime al confine con il Ciad e il Camerun. “Sono i primi segnali di un genocidio”, ha commentato Stephen O’Brain, segretario aggiunto per gli affari umanitari delle Nazioni Unite.

In un Paese in cui tre quarti del territorio sono fuori dal controllo dello Stato e dei caschi blu della missione delle Nazioni Unite, la situazione è talmente caotica che è difficile persino stabilire gli autori degli attacchi. Spiega il padre carmelitano scalzo Aurelio Gazzera, da oltre 25 anni in Centrafrica: “È complicato saperlo perché è soprattutto un gioco di potere tra varie bande. Ci sono le bande della ex-Seleka, che avevano attaccato e preso il potere nel 2013,  vengono dall’Est, con molti elementi ciadiani e sudanesi, e al loro interno sono molto divise e si fanno la guerra tra loro. Ci sono poi le milizie non musulmane Anti-Balaka, anche quelle piuttosto divise e purtroppo sostenute da ex ministri, che continuano a fomentare tutto questo anche per poter avere poi un posto al tavolo delle trattative”.

Dalla visita del Papa del 2015, le elezioni di un nuovo presidente avevano lasciato presagire un percorso di stabilizzazione, che però sembra essere limitato solo alla capitale Bangui. “Dopo la visita del Papa le cose continuano ad evolvere abbastanza bene ma soprattutto nella capitale”, afferma ancora padre Aurelio. “Il fatto che Bangui sia abbastanza tranquilla mette il cuore in pace al governo e alla comunità internazionale, nel senso che non si preoccupano più di tanto di quello che succede fuori”.

La tregua di giugno, poi, siglata con l’intermediazione di S. Egidio, non ha ancora raccolto quanto sperato. “Gli accordi presentano molti punti di perplessità anche perché non si sa quanto fossero rappresentative le persone che li hanno firmati”, commenta padre Aurelio.

Scarica e ascolta il podcast con l'intervista a padre Aurelio Gazzara