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Don Zerai si difende da accuse: ho agito nella legalità per salvare vite umane

Don Mussie Zerai - RV

Don Mussie Zerai - RV

di Adriana Masotti

“Ho sempre agito nella legalità e per scopi umanitari e continuerò a farlo”: così don Mussie Zerai, il sacerdote eritreo a cui la Procura di Trapani ha notificato nei giorni scorsi un avviso di garanzia con l’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Candidato al Nobel per la pace nel 2015, don Zerai - da anni impegnato nell’aiuto ai profughi, in particolare eritrei - si difende dalle accuse, dichiarando di aver sempre operato per salvare delle vite umane.

R. – È ovvio che non è piacevole ricevere un’accusa del genere. Il fatto è che stiamo vivendo tempi paradossali, dove la solidarietà viene criminalizzata; invece di analizzare le cause che hanno spinto queste persone alla fuga; invece di aprire anche i canali legali a chi è costretto alla fuga, non si capisce perché si vuole perseguitare chi cerca di tendere la mano a chi è nel bisogno e a chi è in pericolo. Quello che stiamo vivendo è una situazione di caccia alle streghe: chiunque manifesti in qualche modo una qualche forma di solidarietà verso i profughi e i migranti viene tacciato o criminalizzato con campagne mediatiche e quant’altro.

D. – Noi siamo stati tante volte testimoni di momenti molto drammatici in cui lei riceveva richieste di aiuto da parte di persone in reale pericolo di naufragio…

R. – Sì, quello che mi si contesta oggi è di aver riferito di queste persone in pericolo di vita alla Guardia Costiera italiana o a quella maltese, e anche alle Ong che soccorrono persone in pericolo nel Mediterraneo, ‘inventando’ poi una chat segreta o cose di questo tipo. Io non avevo nulla di segreto, non ho fatto parte di nessuna chat segreta.

D. – Tante le persone salvate in questi anni nel mar Mediterraneo. Ma dall’Eritrea si fugge ancora? Qual è la situazione oggi?

R. – Sì, si fugge ancora. Se anche molto meno: i percorsi di fuga sono diventati ancora più pericolosi e pieni di ostacoli, per cui in Europa ne arrivano sempre meno. Ma basta andare in Sudan, in Etiopia o in Uganda e ne troviamo migliaia e migliaia di eritrei che sono fuggiti dal proprio Paese. Perché la situazione non è cambiata: finché persiste il servizio militare a tempo indeterminato e la negazione dei diritti fondamentali, è ovvio che i giovani vogliono avere un futuro diverso.

D. – Si dice “aiutiamoli a casa loro”: lei che ne pensa? È possibile?

R. – Se ci fosse una reale volontà di farlo, sì è possibile. Però fino adesso questo slogan è sempre stato una grande presa in giro. Se si vuole aiutare gli africani a casa loro, bisognerebbe lasciare le risorse naturali ed umane all’Africa, e semmai aiutarla a trasformare quelle sue risorse in sviluppo, diritti e democrazia. Invece oggi molti vanno in Africa a depredarla: spesso, in questo “aiutiamoli a casa loro” arrivano tonnellate di armi.

D. – Chiaramente, da parte dell’Occidente si cerca di frenare e di ridurre gli arrivi: quindi gli accordi con la Libia, ecc. Che cosa pensa di tutti questi tentativi?

R. – Con questi tentativi l’Europa si sta veramente macchiando di gravi responsabilità, di veri e propri crimini contro l’umanità. Perché nei centri di detenzione in Libia, nel sud della Libia o anche nel Niger – comunque nel deserto – c’è gente che viene abbandonata, che muore di fame e di sete, perché i percorsi di fuga sono sorvegliati e quindi i trafficanti adesso li fanno passare da altre zone, che sono spesso zone minate e dove non si trova facilmente l’acqua: le persone rischiano la vita. Nei centri di detenzione - basta vedere le conferme che le Nazioni Unite hanno reso in questi giorni – ci sono maltrattamenti, abusi e torture. Questo perché l’Unione Europea sta facendo pressione e sta delegando alla Libia di impedire l’arrivo a qualsiasi prezzo, senza badare ai diritti, alla dignità e alla vita di queste persone.

D. – Don Zerai, che cosa farà adesso?

R. – Io farò quello che ho sempre fatto: essere voce di chi non ha voce; aiutare chi è in pericolo segnalando poi alle autorità competenti. Se di questo mi si vuole colpevolizzare, che lo facciano. Io sono orgoglioso di aver contribuito a salvare più vite umane possibili. 

Ascolta e scarica il podcast del'intervista a don Mussie Zerai: