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Venezuela, Trump minaccia intervento militare

Il presidente del Venezuela, Maduro e quello degli Stati Uniti, Trump.  - AFP

Il presidente del Venezuela, Maduro e quello degli Stati Uniti, Trump. - AFP

di Paola Simonetti

Sulla crisi del Venezuela intervengono gli Stati Uniti, che, per bocca del presidente Trump, minacciano un possibile intervento militare se il governo Maduro non abbandonerà la sua politica di repressione. Le dichiarazioni del presidente Usa arrivano in risposta al tentativo di Maduro di porre la basi per un dialogo con gli Stati Uniti, invitandoli a un faccia a faccia durante l'Assemblea Generale dell'Onu, che si terrà a New York a settembre.

E mentre alcuni ministri venezuelani giudicano le dichiarazioni di Trump come “un gesto folle”, “una minaccia senza precedenti per la sovranità del Paese”, si inaspriscono i rapporti diplomatici anche fra Perù e Venezuela, con l’espulsione reciproca dei rispettivi ambasciatori.

Intanto, sono stati catturati e arrestati i due militari che hanno guidato l'assalto compiuto domenica da una ventina di uomini contro la base delle forze armate, Fuerte Paramacay, a Valencia, nel centro del Venezuela.  

In questo contesto, la minaccia di Trump contro Maduro, rischia, secondo l’analisi di Lucia Capuzzi, giornalista esperta di America Latina del quotidiano Avvenire, di fare il gioco del regime di Maduro, che tuttavia, non sta portando la sua politica di repressione alle estreme conseguenze per evitare un pericoloso isolamento economico:

R. – Secondo me le dichiarazioni di Trump rientrano in quella guerra di parole che il presidente porta avanti da giorni con Pyongyang, e adesso ha allargato lo spettro fino ad includere lo stesso Venezuela. Ciò non toglie che esse abbiano un effetto forte sulla crisi venezuelana e, a mio avviso, un effetto negativo: esattamente ciò che serve a Maduro per compattare quel che resta di uno sfilacciato schieramento governativo è la minaccia statunitense. Già Maduro ha cercato di incolpare gli Stati Uniti sia della crisi economica sia delle proteste che dal 4 aprile si susseguono a Caracas. Questo intervento di Trump, in qualche modo, conferma le dichiarazioni di Maduro, al di là degli intenti del presidente Usa, e dà a Maduro l’occasione per cercare di ricompattare lo schieramento interno. Il primo a reagire è stato il ministro della Difesa, Padrino López, un potente generale delle Forze Armate, che ha fatto una dichiarazione ovviamente anche lui di contenuto forte definendo la minaccia di Trump “senza precedenti”. Ora, al di là della retorica - perché poi bisogna considerare al netto queste dichiarazioni, seppur molto infuocate, però con poca sostanza - sicuramente è un messaggio alle Forze Armate per dire: “Guardate che abbiamo una minaccia statunitense reale e in qualche modo cercate di sanare il malumore interno  - il malumore sta crescendo all’interno delle Forze Armate – per compattarci tutti contro il solito nemico Yankee”.

D. – Ecco, le autorità venezuelane, peraltro, pare che da tempo accusino gli Stati Uniti di pianificare un’invasione del Paese. Quindi, c’è da attendersi che Maduro darà un ulteriore giro di vite?

R. – Maduro sta portando avanti in queste ultime settimane una politica schizofrenica. Da una parte, cerca di aumentare la repressione, però facendola in modo selettivo: colpisce determinate persone o categorie senza portare all’estremo. Per esempio l’Assemblea Costituente, almeno per il momento, molto controversa ed eletta in modo bizzarro, non ha ancora sciolto il Parlamento che è controllato a maggioranza dall’opposizione; potrebbe farlo, ha il potere legale per farlo, ma ancora non l’ha fatto. Quindi Maduro sta premendo con la repressione non portandola però all’estremo. Dal lato opposto, cerca di guadagnare tempo e di tendere, in maniera anche incongruente, degli ami. Ha invitato i Paesi latinoamericani a dibattere sulla crisi venezuelana - la prossima riunione della comunità degli Stati latinoamericani sarà ad ottobre -; e ha anche tentato un approccio con il presidente Trump. Ieri c’è stata la sua dichiarazione del volere un faccia a faccia, un confronto con Trump durante l’Assemblea Generale di settembre a New York. Non solo: nella notte tra ieri e oggi ha provato a chiamare lui stesso la Casa Bianca per cercare di parlare con Trump, perlomeno al telefono. Trump non ha accettato il colloquio e ha risposto che avrebbe parlato con lui quando il governo venezuelano avesse rilasciato i prigionieri politici e rispettato i diritti umani. Quindi c’è questa schizofrenia di Maduro, che sta perdendo componenti importanti del suo stesso schieramento governativo.

D. – Negli ultimi giorni c’è stata anche la decisione importante dei diciassette Paesi americani che si sono incontrati a Lima, in Perù, di condannare il suo regime e di considerare illegittima la Costituente. In quali direzioni dovrebbero andare le mosse della comunità internazionale in un modo efficace?

R. – L’isolamento della comunità latinoamericana lo ha ammorbidito in un certo senso; ha costretto Maduro a dover chiedere una riunione dei Paesi latinoamericani, molti dei quali lo avevano lo stesso condannato, per cercare di dibattere la crisi. Maduro sa che non può sopravvivere all’isolamento internazionale, perché l’economia venezuelana, per quanto “acciaccata”, continua a basarsi sul petrolio: il petrolio deve essere esportato, in primis negli Stati Uniti. Quindi Maduro sa benissimo che può alzare il tiro ma non oltre un certo punto. La comunità internazionale potrebbe cercare di spingere Maduro al dialogo: sicuramente la retorica dell’aggressione o quella di prendere di petto il governo, soprattutto da parte degli Stati Uniti, serve a poco. In questo senso, i margini di manovra maggiori ce li hanno gli stessi Stati latinoamericani che hanno un potere di pressione comunque forte su Maduro. 

Ascolta e scarica il podcast dell’intervista a Lucia Capuzzi