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Sud Sudan. Mons. Kussala: impegnati per il dialogo e per la gente

Il Sud Sudan alle prese con combattimenti e mancanza di cibo - ANSA

Il Sud Sudan alle prese con combattimenti e mancanza di cibo - ANSA

di Federico Piana

Una situazione drammatica, quella del Sud Sudan, che si è aggravata negli ultimi mesi a causa del deteriorarsi del contesto politico e la ripresa degli scontri. La conseguente rottura dell’accordo per il cessate il fuoco ha provocato il peggioramento di una crisi umanitaria già pesante.

Il motivo della guerra non è tanto politico, ci sono invece tante questioni tribali e culturali, denuncia il vescovo della diocesi di Tombura-Yambio e presidente della Conferenza episcopale cattolica del Sudan, mons. Edward Hiiboro Kussala. Noi vogliamo continuare a parlare delle cose importanti che si possono fare nel Paese, mentre ci si combatte gli uni gli altri solo per avere più potere e ricchezze, non per aiutare la gente a stare meglio”.

Papa Francesco aveva espresso il desiderio di visitare il Paese, ma il viaggio non si potrà certamente fare entro quest’anno. La Chiesa locale però non smette di sperare e di lavorare perché prima o poi questo desiderio si avveri. Così ai nostri microfoni mons. Kussala descrive il Sud Sudan oggi:

R. – La situazione del Sud Sudan continua a essere drammatica; la guerra non è ancora finita, anche se c’è stato il negoziato di pace. La guerra continua ancora tra i soldati del governo e i ribelli. In questa guerra, le vittime sono gli innocenti: donne, bambini e anziani. Non c’è zona del Sud Sudan in cui non ci sia sofferenza, perché la guerra è diffusa in tutto il Paese. Nella zona del Monte Nuba continuano i bombardamenti: anche lì, alla popolazione mancano i mezzi di sussistenza come il cibo. La posizione della Chiesa continua a essere per la pace e la riconciliazione: siamo la voce morale, ci ascoltano ma non fanno quello che proponiamo, come dialogare per risolvere i problemi esistenti.

D. – Qual è l’impegno della Chiesa, in questi giorni, in queste settimane? So che avete tentato il tutto per tutto per cercare di ottenere il dialogo …

R. – La nostra azione come Chiesa è continuare a dialogare con i gruppi ribelli, infatti anche in Sud Sudan ormai non esiste più un solo gruppo di ribelli, sono tanti. Allora, visto che sono tanti cerchiamo di arrivare a ciascuno di loro per parlare dell’importanza della pace. E poi, c’è la posizione del governo. Qualche mese fa, sono andato nella foresta a parlare con i giovani che hanno preso le armi: erano più di 15 mila persone e siamo riusciti a riportare questi giovani dalla foresta nella città, dove hanno avuto un dialogo con il governo. Continuiamo anche a far fronte alle necessità della gente, perché da quando c’è la guerra il governo non garantisce più i servizi per la gente. La Chiesa ancora continua a dare da mangiare, apre le scuole, aiuta i giovani che escono dalla foresta … ci siamo quasi per tutto. E’ difficile perché i nostri donatori sono stanchi dei problemi che abbiamo, ma noi cosa possiamo fare? Siamo lì perché la gente si rivolge alla Chiesa: quando ci sono problemi di sicurezza e di protezione, la gente si rifugia nelle chiese. Quindi il mio appello a tutti è: pregate per noi, e noi cerchiamo di fare il possibile per quelli che hanno bisogno.