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Rapporto Usa su libertà religiosa: aumentano le violazioni

Dipartimento di Stato americano - AFP

Dipartimento di Stato americano - AFP

Si registra una maggiore diffusione ed intensità delle violazioni della libertà religiosa. È il dato generale messo nero su bianco nel rapporto annuale prodotto dalla Commissione per la libertà religiosa del Dipartimento di Stato americano (USCIRF ), il primo pubblicato sotto la presidenza di Donald Trump.

Il testo di 243 pagine mette a fuoco le discriminazioni e le persecuzioni perpetrate in tutti i Paesi del mondo, per poi produrre tutta una serie di raccomandazioni politiche in materia di politica estera al presidente, al segretario di Stato e al Congresso degli Stati Uniti.

Lo studio offre una vera e propria mappatura di ogni tipo di violazione dell’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei diritti umani, teso a difendere la libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include anche la libertà di cambiare religione o credo.

Partendo da queste premesse sono riscontrate restrizioni perpetrate sotto la veste di ordinamenti burocratici che limitano la costruzione dei luoghi di culto; legislazioni che impediscono la libertà di culto, di espressione e di opinione; fino ad arrivare agli arresti arbitrari e agli assalti brutali commessi da sigle terroristiche di matrice integralista che controllano vaste porzioni di territorio. Le  norme sulla blasfemia sono poi un esempio di come i governi utilizzano la legislazione come uno strumento per limitare la libertà religiosa, dietro la presunta necessità di proteggere le religioni dalla diffamazione.

Il rapporto segnala le nazioni in cui avvengo le vessazioni più gravi inserendole nella lista dei  "Paesi che destano particolare preoccupazione", CPC (Countries of Particular Concern), nei quali rientrano Birmania, Repubblica Centroafricana, Cina, Eritrea, Iran, Nigeria, Corea del Nord, Pakistan, Russia, Arabia Saudita, Sudan, Syria, Tajikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam. In seconda fascia sono collocati gli Stati in cui persistono violazioni ma si registrano miglioramenti delle condizioni come Cuba, Egitto, Iraq e Afghanistan.

Alla presentazione del testo era presente anche il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, che ha puntato il dito contro le condizioni in alcuni Paesi alleati degli Stati Uniti. In particolare Bahrein e Arabia Saudita, rispetto ai quali il membro del governo Trump ha citato le pene per i reati di apostasia, ateismo, blasfemia e oltraggio all'interpretazione statale dell'Islam e ha parlato anche di discriminazioni nei confronti degli sciiti.

Parole dure anche per la Turchia, Paese della Nato. Tillerson ha accusato le autorità locali di aver limitato i diritti umani delle minoranze religiose. Il pastore americano Andrew Brunson è in carcere da ottobre con l'accusa di appartenere a un'organizzazione terrorista. Libertà religiosa sotto attacco anche in un altro Stato alleato degli Usa: il Pakistan. Anche l'Iran è criticato per aver colpito le minoranza religiose, in particolare la setta Baha e i cristiani. Il rapporto prosegue accusando lo Stato Islamico di genocidio nei confronti di yazidi, cristiani e sciiti.

Tillerson ha citato anche Sudan e Cina. La Commissione Usa accusa Pechino di perseguitare i cristiani, i membri del Falun Gong e i buddisti tibetani. Per la prima volta compare tra i Paesi più a rischio anche la Russia, dopo che il 20 aprile scorso la Corte Suprema russa ha emesso una sentenza che vieta l'esistenza dei Testimoni di Geova in questa nazione.

Immediate le reazioni di alcuni Paesi citati nel rapporto. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese ha annunciato che "la Cina ha protestato ufficialmente con gli Stati Uniti" poiché "questa cosiddetta relazione ignora i fatti". I funzionari iraniani accusano il Dipartimento di Stato di aver diffuso un rapporto "di parte".

Preoccupazione è stata espressa invece dalla fondazione pontificia "Aiuto alla Chiesa che soffre". Ai microfoni della Radio Vaticana, la portavoce di Acs Italia, Marta Petrosillo, ha  parlato di “un trend in crescita delle violazioni” e della necessità di un intervento della Comunità internazionale teso a riconoscere il “genocidio delle minoranze” perpetrato dal sedicente Stato Islamico.

Ascolta il podcast dell'intervista integrale a Marta Petrosillo