Leggi l'articolo Vai alla navigazione

Social:

RSS:

Radio Vaticana

la voce del Papa e della Chiesa in dialogo con il mondo

lingua:

Mondo \ Asia e Oceania

Pakistan: non rinnega la sua fede cristiana e muore in carcere

A marzo 2017 sacerdoti costretti ad andare in giro sotto scorta in Pakistan - AFP

A marzo 2017 sacerdoti costretti ad andare in giro sotto scorta in Pakistan - AFP

di Eugenio Murrali

Un altro martire cristiano in Pakistan. Questa volta è un ragazzo di 38 anni, si chiama Indaryas Ghulam ed è morto lo scorso 13 agosto nel carcere di Lahore. L’uomo era stato privato della libertà insieme ad altri 41 cristiani, perché accusato di aver partecipato al linciaggio di due musulmani. L’episodio si sarebbe verificato dopo gli attentati contro due chiese di Youhanabad che avevano provocato, nel marzo 2015, 19 morti e oltre 70 feriti.

Secondo quanto riportato dalla British Pakistani Christian Association (BPCA), la moglie e la figlia di Indaryas, condannato all’impiccagione pur essendosi sempre dichiarato innocente, avrebbero visto evidenti segni di tortura sulla salma del loro congiunto, in particolare tagli e bruciature. Inoltre, tre mesi prima dell’incarcerazione, Indaryas aveva contratto la tubercolosi e in prigione non gli sarebbero mai state fornite adeguate cure.

A Ghulam, come agli altri prigionieri, il procuratore Syed Anees Shah aveva offerto la libertà se si fossero convertiti all’Islam. L’uomo ha rifiutato di rinunciare alla sua fede cristiana. La vicenda era stata denunciata dai media pakistani e poi ammessa dallo stesso procuratore. Ora come allora i cristiani sono scesi in strada per manifestare. Indaryas lascia tre figlie di 12, 10 e 6 anni e la moglie Shabana di 36 anni. La BPCA ricorda che con Indaryas Ghulam salgono a cinque i cristiani morti in stato di detenzione: Robert Danish (2009), Qamar David (2011), Zubair Rashid (2015) e Liaquat Mashi (2016). 

In Pakistan non è facile la vita per le minoranze religiose, soprattutto a causa della “legge sulla blasfemia” che ha portato alla condanna di moltissimi cristiani, accusati, spesso arbitrariamente, di aver offeso Maometto. Fra di loro anche Asia Bibi, torturata, in prigione dal 2009 e condannata a morte.

Paul Bhatti – medico e politico pakistano fratello di Shahbaz Bhatti, il ministro per le minoranze ucciso nel 2011 proprio per le sue posizioni in difesa dei cristiani e di Asia Bibi – pensa che siano stati fatti piccoli passi avanti nella difesa dei cristiani, ma crede che l'instabilità politica non favorisca le riforme e che serva maggiore unità e rappresentanza delle minoranze. E commenta così la situazione:

R. – In un certo senso è migliorata in maniera lieve negli ultimi 4-5 anni perché ci sono state operazioni militari contro il terrorismo e anche tanti esponenti politici si sono impegnati. Detto questo, è chiaro che una parte della popolazione predica o crede nell’estremismo islamico. Tante volte anche i musulmani sono vittime di questo estremismo. Attualmente per quanto riguarda il caso di Indaryas è difficile. C’è un nostro  avvocato che mi diceva che in passato aveva difficoltà a seguire questa causa. Adesso la morte di questo ragazzo fa sospettare che possano anche esserci state cause sottostanti di estremismo, anche se non abbiamo nessuna prova, ma visto il contesto, i fatti precedenti, anche l’invito che gli hanno rivolto a convertirsi e poi le torture a questi ragazzi, può essere considerata la morte come conseguenza di una violenza di estremismo islamico, ma non posso pronunciarmi finché non ci sono prove.

D. – C’è anche un’altra questione, più generale, che è quella della legge sulla blasfemia, che può trasformare anche una lite semplice tra vicini in una vendetta. Si accusa di blasfemia un cristiano e viene condannato. È una legge molto pericolosa…

R. - La legge non è accettabile, alcune volte ci sono vittime innocenti. Recentemente la corte di Islamabad, in primo grado, aveva preso una decisione: la legge di blasfemia non è cambiata, ma era stata inserita una clausola all’articolo, per cui, se qualcuno accusa falsamente, anche l’accusatore che ha falsificato subirebbe la stessa pena. Questo ha creato un po’ di timore nella comunità estremista.

D.  – Asia Bibi: questa donna è da anni in carcere accusata di blasfemia, a che punto siamo?

R. – Le ultime notizie dell’anno scorso, quando abbiamo parlato con il governo e i giudici, ci avevano detto che per la sua causa non si può accettare la pena di morte, perché contiene tantissime lacune. Questo vuol dire che lei aveva diritto all’uscita su cauzione. Il governo cercava, secondo me, un momento di calma per liberare Asia Bibi. Lo Stato è convinto di liberarla e credo che anche la Corte suprema non trovi un’accusa così forte contro di lei.

Ascolta e scarica il podcast dell'intervista a Paul Bhatti