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Sgombero rifugiati a Roma. Amnesty: assenza politiche di assistenza

Lo sgombero dell'immobile occupato da rifugiati a Roma - ANSA

Lo sgombero dell'immobile occupato da rifugiati a Roma - ANSA

di Adriana Masotti

Vertice in Prefettura stamattina sulla vicenda dello sgombero del palazzo di via Curtatone a Roma con la presenza dei vertici delle Forze di Polizia, della Regione Lazio, della Citta' di Roma Capitale e i rappresentanti della Società proprietaria dell'immobile sgomberato. L’obiettivo è favorire l'individuazione di soluzioni alloggiative per i 107 rifugiati e richiedenti asilo, per lo più eritrei ed etiopi, che dal 2013 occupavano abusivamente lo stabile e che da sabato scorso si trovano accampati, con tutte le loro cose raccolte in sacchi neri, ai margini della strada sui piccoli spazi verdi di piazza Indipendenza, nei pressi del palazzo in cui vivevano. Sul posto, per controllare la situazione, la polizia, e stamattina anche agenti in assetto anti sommossa, per fronteggiare alcuni momenti di tensione.

Dopo la protesta della Comunità di Sant’Egidio per lo sgombero improvviso e senza soluzioni alternative di alloggio, è Amnesty International Italia a denunciare, in un comunicato, la gravità di quanto accaduto. "Sì, un fatto grave, afferma Riccardo Noury, portavoce dell'organizzazione umanitaria, ed è la prova ennesima del fatto che a Roma manca un piano serio di accoglienza, manca anche un piano per la casa, che in generale riguarda anche cittadini italiani, abitanti di Roma. Amnesty International chiede al comune di Roma di provvedere a rimediare nelle forme più immediate con un’accoglienza seria per queste persone".

Da una parte le ragioni dei rifugiati che chiedono condizioni di vita dignitose, dall’altra la legittima richiesta dei cittadini di sanare situazioni irregolari e potenzialmente pericolose come l’occupazione abusiva di un palazzo. "Rimane comunque la contraddizione di uno stato, quello italiano, dice Noury, che “concedendo l'asilo politico, ha deciso di dare protezione a molte di queste persone per poi negare loro ogni forma di assistenza. Da un lato lo Stato ha riconosciuto che queste persone erano in larga parte meritevoli di protezione internazionale e dall’altro, ha negato loro quella forma di accoglienza basilare che è dare un alloggio".

Una contraddizione che, alla fine, genera nei cittadini rabbia e motivi di polemica. Ma anche le conseguenze di uno sgombero improvviso, di massa, in mancanza di alloggi alternativi, suscitano giustificate proteste facilmente strumentalizzabili. "Noi oggi, conferma ancora Riccardo Noury, siamo di fronte a una campagna elettorale e a un dibattito politico che sono monotematici, ovvero sull’immigrazione, e si rischia di vedere gesti e azioni di questo tipo sempre più spesso con un obiettivo, neanche celato, di ottenere consenso da parte dei cittadini elettori con un risultato di diniego di diritti a persone in grave condizione di vulnerabilità. Questo naturalmente, prosegue, deve spingere le organizzazioni per i diritti umani, i cittadini di buona volontà, le istituzioni laiche e religiose, a prendere la responsabilità di proporre soluzioni rispettose dei diritti umani, proporre politiche basate sui diritti umani anziché sulla loro negazione".

Anche perchè separare dignità e sicurezza non porta a buoni risultati all'interno di una collettività. "Che questa politica, conclude Noury, produca risultati complessivamente in termini di miglioramento delle condizioni è del tutto discutibile; crea ulteriormente marginalità, crea ulteriormente disagio e alla lunga crea anche insicurezza. Forse bisognerebbe avere uno sguardo più lungimirante e capire che sicurezza e diritti vanno a braccetto, non sono l’uno l’antagonista dell’altro".

Ascolta e scarica il podcast con l'intervista integrale a Riccardo Noury: