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Colombia sulla via della pace. La Bella: Paese non è stato 'svenduto' alle Farc

Il congresso delle Farc a Bogotà - REUTERS

Il congresso delle Farc a Bogotà - REUTERS

di Giada Aquilino

Da mercoledì prossimo, 6 settembre, a domenica 10 il Papa sarà in Colombia per il suo 20.mo viaggio apostolico. Oggi la Colombia che attende Papa Francesco vive un momento cruciale, dopo il cessate il fuoco siglato nel giugno 2016 all’Avana, dove per tre anni e mezzo erano andati avanti i colloqui di pace con le Farc. Poi il referendum del 2 ottobre, che ha bocciato le intese. Quindi in novembre la firma di nuovi accordi per la definitiva approvazione del Congresso. Il disarmo dei guerriglieri delle Farc si è ufficialmente concluso alla fine del giugno scorso.
Il presidente Juan Manuel Santos non ha “venduto” la Colombia alle Farc. L’accordo di pace con la guerriglia era un passo che “tutta la società colombiana desiderava da tantissimo tempo”. Ne è convinto Gianni La Bella, docente di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia, che per la comunità di Sant’Egidio ha seguito tutte le fasi del negoziato di pacificazione. Oltre 50 anni di guerra, almeno 260 mila morti, più di 60 mila dispersi e 7 milioni di sfollati e profughi: questi sono i numeri, del tutto provvisori, del conflitto armato in Colombia, iniziato negli anni ’60 del secolo scorso e che ha opposto le Farc, le Forze armate rivoluzionarie - ma nel tempo anche un’altra trentina di guerriglie, come l’Eln, l’Esercito di liberazione nazionale - al governo centrale di Bogotá. 

Gianni La Bella descrive il cammino verso la pacificazione:

R. - La guerra in Colombia tra le Farc e l’Eln risale a quasi 60 anni fa, quindi parliamo di uno dei conflitti contemporanei più lunghi. Dagli anni ’70 in poi, ogni presidente della Repubblica appena eletto al vertice dello Stato ha cercato di aprire dialoghi con le due guerriglie e ciò non sempre è riuscito. Quindi è una storia di dialogo, di fatica, che dura da tantissimi anni. Finalmente il presidente Juan Manuel Santos è riuscito a raggiungere questo obiettivo, che tutta la società colombiana desiderava da tantissimo tempo e il processo di pace è oggi una cosa concreta, reale, pur con tutte le sue difficoltà. Ma è un segno inequivocabile del nuovo cammino che la Colombia ha intrapreso.

D. - Lei ha citato il presidente Santos. Sappiamo che è stato osteggiato, in patria e non solo, per questo accordo: tra i suoi detrattori c’è l’ex presidente Álvaro Uribe che lo ha accusato di aver “svenduto” il Paese alle Farc. Papa Francesco, prima di decidere la data del suo viaggio, aveva specificato che si sarebbe recato in Colombia solo quando l’accordo di pace fosse stato “blindato”. Tra le questioni discusse per le intese, vanno ricordati la distribuzione delle terre, la riconversione delle colture delle foglie di coca, la trasformazione delle Farc in partito politico, i risarcimenti alle vittime. A che punto siamo?

R.  - Bisogna fare due riferimenti molto importanti. Il primo è: la guerra in Colombia dura da quasi 60 anni e questo ha generato nel Paese un clima di odio e rancore per tantissimo tempo. Quindi è da tale presupposto che oggi noi dobbiamo partire. L’accordo è stato un accordo politico, un accordo diplomatico, che ha segnato il volto anche giuridico di una nuova Colombia. Questa pace adesso deve entrare nella vita di ogni colombiano e nello stesso tempo deve diventare parte integrante della vita sociale e politica del Paese. Io non credo che Santos abbia venduto il Paese alle Farc. Certo, credo che l’aspetto che ha suscitato più reazioni, il punto più caldo di questo accordo, sia la cosiddetta giustizia transizionale che è stata rappresentata purtroppo erroneamente, a mio avviso, dagli organi di stampa come una sorta di impunità verso coloro che sono stati membri di questi gruppi. Credo che l’accordo, dal punto di vista strettamente giuridico ma anche dal punto di vista politico, abbia segnato una svolta importante, rappresentando anche l’approdo a una giustizia non soltanto e puramente punitiva. Questo però, ovviamente, rappresenta un traguardo importante, nuovo, che deve essere spiegato ai colombiani. Ci sono militanti delle Farc che non hanno responsabilità nei confronti di atti riconosciuti - anche dalla comunità internazionale - come imperdonabili, quindi le violenze sulle donne, l’aver costretto minori a entrare senza il loro consenso nella guerriglia. Le persone che saranno invece ritenute responsabili, che si riconosceranno responsabili di questi delitti, avranno un processo da un apposito tribunale e riceveranno, qualora le accuse si dimostrassero vere, una relativa condanna.

D. - Questi segni di riconciliazione che ci sono in Colombia che significato possono assumere e quali prospettive possono aprire nell’ambito delle tensioni dell’America Latina, con un Venezuela in preda alla crisi economica, sociale e politica?

R. - La questione venezuelana è una questione molto calda che ha grandi relazioni con il futuro della pace in Colombia. Quindi è molto importante che la Colombia, che la classe politica colombiana mettano da parte alcuni rancori e assumano la causa venezuelana sia sul versante dell’accoglienza, sia su quello politico e diplomatico, per facilitare un processo di transizione e un ritorno del Venezuela alla democrazia. Un Venezuela destabilizzato è una lancia sempre puntata nei confronti del processo di pace in Colombia. Bisogna considerare che molte di queste guerriglie, le Farc e soprattutto l’Eln per tanto tempo e ancora oggi, per quanto riguarda l’Eln, hanno parte delle loro retrovie proprio in ambito venezuelano. Quindi questa è anche un appello all’intera comunità internazionale a non girarsi dall’altra parte.

Ascolta e scarica il podcast dell'intervista al prof. Gianni La Bella