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Giordania, Unicef sui ragazzi siriani: sì alla scuola no a matrimoni precoci

Bambini siriani accolti nel campo profughi di Mafraq, in Giordania - EPA

Bambini siriani accolti nel campo profughi di Mafraq, in Giordania - EPA

di Roberta Gisotti

Tra i Paesi al mondo più colpiti dal problema dell’immigrazione è la Giordania, dove negli ultimi anni sono confluiti un grandissimo numero di profughi, 2,8 milioni  su una popolazione giordana di circa 9 milioni e mezzo. In gran parte sono rifugiati siriani scappati dalla guerra, oltre 660 mila quelli registrati. Per questo l’Unicef ha lanciato un allarme, in particolare sulle condizioni di vita dei bambini e ragazzi siriani. Ci sono gravi problemi per garantire loro una regolare istruzione, il 40% infatti non frequenta la scuola, e c’è un fenomeno emergente di spose bambine, erano il 10% nei matrimoni stipulati prima della crisi siriana, poi due anni anni fa erano il 18% ed ora sono salite al 35%. Portatore della denuncia è Paolo Rozera, direttore generale dell’Unicef-Italia, che lancia un appello.

R. - La principale preoccupazione  è proprio quella di dare loro un futuro, di far sì che non sia una generazione perduta ma siano ragazzi - che se anche in difficoltà, perché si trovano in un Paese che non è il loro, spesso in campi profughi o alle volte anche in alloggi di fortuna – che abbiano la possibilità di non ‘sprecare’ questi anni che passano lontani da casa loro. L’obiettivo principale sul quale stiamo lavorando è la frequentazione della scuola. E’ importante che non perdano gli anni di studio: la scuola rappresenta l’unica possibilità che questi bambini e ragazzi hanno per riscattarsi quando poi ritorneranno nel loro Paese. Perché tutti quanti loro vogliono tornare a casa. Nessuno di loro vuole rimanere nel Paese che li ospita.

D. - Sappiamo che c’è un problema che sta emergendo molto grave, quello delle spose bambine…

R. – Quella delle spose bambine è una piaga che colpisce vari Paesi nel mondo e si stima che siano oltre 700 milioni le bambine costrette ad andare in spose, quando sono ancora minorenni, cioè hanno meno di 18 anni. In alcuni Paesi questa prassi era già tradizione. Ma non la crisi, con la guerra che sta colpendo la Siria e anche i Paesi limitrofi, la situazione di incertezza, di povertà e di non chiarezza sul futuro porta spesso le famiglie a mandare in sposa le bambine ad un’età ancora più bassa, parliamo di 12, 13, 14 anni. Questo significa perdere la scuola perché una sposa bambina di questa età non va più a scuola. Significa avere violenze in casa e avere figli precocemente e questo spesso porta a parti prematuri, con tutta una serie di conseguenze fisiche e psicologiche su queste ragazze.

D. - L’Unicef riesce a supportare il governo giordano nell’accogliere adeguatamente tutti questi profughi?

R. – Abbiamo lanciato un appello perché dei soldi destinati nel 2017 mancano ancora  270 milioni di euro, che sono importanti per finire di realizzare questi progetti, che prevedono di offrire percorsi di studio e di formazione dei ragazzi che non riescono ad andare a scuola e prevedono aiuti anche alle famiglie per evitare che mandino i figli minori o a lavorare, oppure mandino le figlie in sposa. L’Italia è tra i principali Paesi donatori per quanto riguarda la situazione nel Regno giordano. Ma abbiamo bisogno ancora di aiuto. Da qui nasce l’appello che abbiamo lanciato ai nostri donatori: che ci aiutino a concludere i progetti di quest’anno perché riusciremo a salvare tanti bambini. Nel 2016 l’Unicef ha assistito in Giordania 230 mila bambini vulnerabili.

Ascolta e scarica il podcast dell'intervista a Paolo Rozera