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Papa alle autorità colombiane: mai vendetta, guardare agli esclusi

Papa Francesco e Juan Manuel Santos, presidente della Colombia - EPA

Papa Francesco e Juan Manuel Santos, presidente della Colombia - EPA

di Giada Aquilino, inviata a Bogotá

Rifuggire da ogni “tentazione di vendetta” e ricerca di interessi “solo particolari e a breve termine”. Papa Francesco saluta le autorità politiche e religiose della Colombia, i diplomatici, gli imprenditori, i rappresentanti della società e del mondo della cultura, riuniti nel piazzale antistante il Palazzo presidenziale, poco distante dalla cattedrale. E, dopo l’abbraccio con alcuni bambini e malati, subito esprime “apprezzamento” per gli sforzi compiuti per “porre fine alla violenza armata e trovare vie di riconciliazione”. L’accordo con le Farc per porre fine a oltre 50 anni di conflitto spinge Francesco a evidenziare che nell’ultimo anno “certamente” si è progredito in modo particolare, facendo crescere la speranza, “nella convinzione che la ricerca della pace è un lavoro sempre aperto, un compito che non dà tregua e che esige l’impegno di tutti”.

Mai venir meno, dunque, nello sforzo di “costruire l’unità della nazione”: il Papa conosce la storia più e meno recente del Paese, riconosce che questo è un “momento particolarmente importante” e, “malgrado - osserva - gli ostacoli, le differenze e i diversi approcci sul modo di raggiungere la convivenza pacifica”, esorta a “persistere nella lotta per favorire la cultura dell’incontro”, ponendo al centro di “ogni” azione politica, sociale ed economica la persona umana, la sua “altissima” dignità e il rispetto del bene comune. “Quanto più difficile è il cammino che conduce alla pace e all’intesa, tanto più impegno - spiega - dobbiamo mettere nel riconoscere l’altro, sanare le ferite e costruire ponti, nello stringere legami e aiutarci a vicenda”.

Il Pontefice constata che “molto è il tempo passato nell’odio e nella vendetta”: la “solitudine” di stare sempre gli uni contro gli altri “si conta ormai a decenni e sa di cent’anni”. Il riferimento è al Nobel colombiano Gabriel García Marquez che, con i suoi “Cent’anni di solitudine” e non solo, ha voluto ricordare al mondo il ”tenace vantaggio della vita sulla morte”, ricorda Francesco. “Non vogliamo - aggiunge -  che qualsiasi tipo di violenza restringa o annulli ancora una sola vita”. E spiega che è voluto venire “fin qui” per dire ai colombiani: “non siete soli”, “siamo tanti a volervi accompagnare in questo passo”. Ecco dunque spiegato uno dei motivi di questo viaggio: un incitamento, un contributo per spianare “un po’ il cammino verso la riconciliazione e la pace”. Sulle orme del Beato Paolo VI nel ’68 e San Giovanni Paolo II nell’86, Francesco vuole poi condividere con i colombiani “il dono della fede, che tanto fortemente si è radicato in queste terre, e la speranza che palpita nel cuore di tutti”.

I cittadini, prosegue, vanno “stimati” nella loro libertà e protetti con un “ordine stabile”: “non è la legge del più forte, ma - dice - la forza della legge, “approvata da tutti, a reggere tale convivenza pacifica. Servono quindi “leggi giuste” che non nascano “dall’esigenza pragmatica di ordinare la società bensì dal desiderio di risolvere le cause strutturali della povertà che generano esclusione e violenza”. Solo così si guarisce da una “malattia”, l’ingiustizia, che è “la radice dei mali sociali”, che rende fragile e indegna la società e la lascia sempre sulla soglia di nuove crisi.

Lo sguardo allora va rivolto “a tutti coloro che oggi sono esclusi ed emarginati dalla società”, che “non contano per la maggioranza e sono tenuti indietro e in un angolo”: tutti – sottolinea ancora tra gli applausi – “siamo necessari per creare e formare la società”, non solo alcuni cosiddetti di “sangue puro”. La grandezza e la bellezza di un Paese sta proprio “nel fatto che tutti sono accolti e tutti sono importanti”. Perché “nella diversità sta la ricchezza”. Francesco richiama il viaggio di san Pietro Claver da Cartagena a Bogotá, la sua meraviglia – nota – oggi “è la nostra”. L’invito è a fissare lo sguardo “sulle diverse etnie e gli abitanti delle zone più remote, sui contadini”; sui più deboli, su quanti sono sfruttati e maltrattati, su quelli che non hanno voce “perché ne sono stati privati, o non l’hanno avuta, o non è loro riconosciuta”; sulla donna, sul suo apporto, il suo talento, il suo essere “madre” nei diversi compiti.

La Chiesa, ricorda, è “consapevole che i principi evangelici costituiscono una dimensione significativa del tessuto sociale colombiano”, come il “sacro” rispetto della vita umana, “soprattutto la più debole e indifesa”. E come la “famiglia, sognata da Dio come il frutto dell’amore degli sposi”. Ma anche come i poveri e quelli che soffrono: Francesco dice di guardarli “negli occhi”, lasciandosi interrogare “dai loro volti solcati di dolore e dalle loro mani supplicanti: da loro si imparano infatti “autentiche lezioni di vita, di umanità, di dignità”.

La Colombia è una Nazione “benedetta”: la natura “invita anche ad aver cura con rispetto della sua biodiversità” e la Colombia è il secondo Paese al mondo proprio per biodiversità, con “una così immensa varietà di flora e fauna”. Ugualmente “esuberante” è la sua cultura; e, “ciò che è più importante” è ricca per la “qualità umana” della sua gente, uomini e donne di “spirito accogliente e buono”, persone “tenaci e coraggiose” per superare gli ostacoli. Con fede e speranza, perché solo così si possono “superare le numerose difficoltà del cammino” e costruire un Paese che sia “Patria e casa per tutti i colombiani”.

Subito dopo, la visita di cortesia al presidente Santos che nel suo saluto durante l’incontro con le autorità aveva sottolineato come non serva a nulla “mettere a tacere i fucili” se si continua ad essere armati “nei nostri cuori”, né “porre fine alla guerra, se uno con gli altri continuiamo a vederci come nemici”: per questo aveva concluso “dobbiamo riconciliarci”.