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Nunzio Colombia: Papa ha mostrato che il Paese può fare il 'primo passo'

La grande accoglienza riservata al Papa in Colombia - AFP

La grande accoglienza riservata al Papa in Colombia - AFP

Francesco è venuto a fare “il rimo passo” fra di noi e la gente si è aggrappata al Papa, pronta a fare i passi necessari a riportare la pace nel Paese. È una delle considerazioni con cui il nunzio apostolico in Colombia, l’arcivescovo Ettore Balestrero, commenta il viaggio apostolico appena concluso nel Paese latinoamericano. L’intervista è del nostro inviato, Alessandro De Carolis:

D. – Facciamo un bilancio. Ormai siamo alle ultime battute. Con la Messa di Cartagena, Papa Francesco saluta la Colombia dopo quasi una settimana molto intensa. Una prima impressione a caldo…

R.  – Una prima impressone è il volto dei colombiani che lo hanno atteso, che hanno pianto, che lo hanno abbracciato, che si sono aggrappati a lui: quasi a significare che il Papa è venuto a mostrare non solo che dobbiamo dare il primo passo ma che il primo passo si può dare e che Colombia è capace di farlo. Quindi ha dato la speranza ai colombiani, la speranza di un futuro diverso. Ha come rappresentato e raccolto la volontà dei colombiani di voltare pagina e la possibilità di farlo, perché siamo nel momento in cui questo è possibile e direi anche necessario. Costruire un Paese su basi diverse, sulle basi dell’amore, del rispetto, delle capacità dei suoi abitanti, anche sulla base di un rispetto dei diritti umani e della dignità di ogni persona.

D. – Il Papa è voluto entrare un po’ 'nella carne', direbbe lui, del processo che la Colombia si appresta a vivere. Considerando anche la storia che ha alle spalle, considerando la riconciliazione, una riconciliazione vera, non politica, non tecnica, lui dice: bisogna partire dal cuore delle persone, soprattutto dal cuore di chi soffre. Ecco, secondo lei, dopo quello che il Papa ha detto, in che modo la Colombia si pone di fronte a questa necessità?

R. – Credo che la Colombia si pone con una grande ricettività, almeno a livello di popolo. Nel senso che c’è una volontà, come dicevo prima, di cambiare pagina, di riscoprire l’altra persona; c’è soprattutto una volontà di guardare avanti. Il Papa è venuto a catalizzare questo desiderio, a esprimerlo e a dargli un certo orientamento, perché ci ha spiegato come fare per riconciliarci, ci ha spiegato cosa è necessario: il rispetto dell’altra persona, il riconoscimento delle vittime, della verità, il valore della giustizia e che la verità e la giustizia sono due fattori che insieme sono indispensabili per costruire un Paese nuovo. Mi sembra che il Papa in qualche modo ha tracciato un cammino che la popolazione colombiana desidera percorrere e ha bisogno di percorrere.

D. – Un tema apparentemente minore del viaggio è stato quello della vulnerabilità. Il Papa ne ha parlato accogliendo una di quelle ragazze davanti alla nunziatura, portatrice di disabilità ma poi il giorno dopo a Medellin durante l’omelia ha ripreso questo tema. Potrebbe far pensare in maniera simbolica al cammino della Colombia: quanto è importante sentirsi vulnerabili per ricominciare?

R.  – E’ importantissimo riconoscere la propria vulnerabilità, che è evidente in Colombia, ma ancora di più è importante, come ci ha detto il Papa, prendere coscienza che tutti siamo vulnerabili, che anche coloro che apparentemente sono più forti, sono più violenti, in realtà hanno ferite profondissime. Il Papa ci ha insegnato che Dio dentro di noi desidera sanare e può sanare queste vulnerabilità, queste ferite: Da soli non riusciamo. Il popolo colombiano da solo, abbandonato a se stesso, non può. Ma per questo credo c’è stata questa accoglienza così apoteotica della visita del Papa, massiva: milioni di persone nelle Messe a Bogotà, nella Messa a Medellin, ma anche milioni di persone per le strade. Perché? Perché viene a esprimere nel suo abito bianco il desiderio, a proiettare all’esterno il desiderio interiore di cambiare, di una sanazione profonda. E ci dice che siamo capaci di farlo, ci dice che con Cristo che sana le ferite umane ciascuno di noi può sanarle e ci dice anche di guardare alle ferite degli altri con misericordia, consapevoli che ciascuno ha le sue e che però tutti insieme possiamo migliorarle, tutti insieme possiamo sanarle e credo e spero che da adesso possa cominciare un cammino di sanazione all’interno del Paese.

D. – Per concludere potremmo dire così: Papa Francesco è venuto in Colombia  a fare il primo passo, la Colombia adesso, secondo lei, come riuscirà a compiere i successivi?

R.  – I successivi passi dipenderanno dai colombiani. Credo che il passo primo fondamentale sarà quello di prendere coscienza di quello che il Papa ci ha detto, riviverlo e poi cominciare a metterlo in pratica, cominciare a metterlo in pratica a livello di famiglie, perché la grande violenza e la vulnerabilità sono dentro le famiglie, ma metterlo in pratica anche a livello di villaggi e come Chiesa farci carico del messaggio del Papa e cercare di divulgarlo, di viverlo e testimoniarlo nella vita dei pastori e di tutti i credenti.