Leggi l'articolo Vai alla navigazione

Social:

RSS:

Radio Vaticana

la voce del Papa e della Chiesa in dialogo con il mondo

lingua:

Chiesa \ Chiesa in Italia

San Giovanni XXIII proclamato ufficialmente Patrono dell'Esercito italiano

San Giovanni XXIII, patrono dell'Esercito italiano

San Giovanni XXIII, patrono dell'Esercito italiano

di Adriana Masotti

 

San Giovanni XXIII “Patrono dell’Esercito italiano”: a dichiararlo tale con decreto del 17 giugno 2017, in virtù delle facoltà concesse da Papa Francesco, è la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. La proclamazione vede oggi a Roma due diverse iniziative. Stamattina nella caserma Pio IX l’incontro dell’arcivescovo ordinario militare per l’Italia, mons. Santo Marcianò e del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, gen. Danilo Errico con 100 cappellani militari. Nel pomeriggio, la cerimonia pubblica a Palazzo Esercito, con la consegna ufficiale della Bolla da parte di mons. Marcianò, al gen. Errico. A conclusione gli interventi del ministro della Difesa, Roberta Pinotti e del Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano.

Un lungo processo quello che si conclude oggi, iniziato 10 anni fa. L’obiettivo, come spiega don Ezio Bolis, teologo e direttore della Fondazione Papa Giovanni XXIII era individuare una figura “che potesse essere di esempio, quindi si è pensato a Giovanni XXIII non solo perché ha fatto il cappellano militare, ma perché può offrire ai cappellani e agli ambienti dell’esercito, una testimonianza evangelica di primo livello, anche in ordine alla pace e alla sua costruzione”.

Dopo aver prestato servizio di leva tra il 1901 e il 1902, l’allora Angelo Roncalli fece un’esperienza drammatica e profonda della Prima Guerra mondiale come sergente di sanità e poi come cappellano militare tra il 1916 e il 1918.

“Della guerra, afferma Bolis, imparò anzitutto la crudezza del male, della tragedia frutto dell’egoismo. Lui non è assolutamente favorevole, non solo alla guerra, ma anche a posizioni che allora erano condivise, almeno in parte, da alcune componenti cattoliche. In lui non c’è nessuna retorica; anzi, lui è infastidito quando sente parlare con toni retorici. D’altra parte, distingue sempre le responsabilità del governo dall’amore patrio: se noi pensiamo a cosa ha voluto dire il sacrificio di centinaia di migliaia di giovani durante la Prima guerra mondiale per conquistarci la libertà - ma questo vale anche nella Seconda guerra mondiale - ci rendiamo conto di come anche in questo modo si possano costruire orizzonti di pace.”

Certamente il sentimento di “amor di patria” dell’uomo dei primi decenni del ‘900 era diverso rispetto ad oggi. Nel tempo parole come patria, pace, guerra hanno assunto significati diversi e anche chi veste la divisa oggi ha davanti a sé compiti nuovi. Di fronte a chi potrebbe avere delle perplessità nel vedere associato il nome di Giovanni XXIII all’esercito, Bolis afferma: “Non trovo parole migliori che citare quelle di un’omelia che Roncalli fece il 17 novembre 1918. Disse: ‘Ciò che vale veramente e soprattutto, non è la forza delle spade e dei cannoni, ma la forza della giustizia; la forza del diritto e insieme della umana e divina fraternità degli uomini”. In qualche modo, sottolinea ancora il direttore della Fondazione Giovanni XXIII, “con queste parole intende dire che la pace è un bene così prezioso per il quale vale la pena di sacrificarsi. Quindi Roncalli non ha nessuna intenzione di benedire le armi e fomentare sentimenti bellicosi, al contrario!”

Se il singolo militare e l’esercito potranno vedere nel loro patrono un esempio luminoso di dedizione - Angelo Roncalli da cappellano militare non aveva di certo interessi personali, non cercava onori, privilegi o facili guadagni -, per don Bolis questa proclamazione ricorda a tutta la nazione italiana “che la pace non è solo un concetto astratto, ma che si costruisce anche con una ‘forza pacifica’. Sembra un controsenso, continua, ma occorre imporre la forza del diritto anche su ogni prepotenza, perché – purtroppo – noi sappiamo che le forme di prepotenza e di ingiustizia esigono forza. Un mondo pacifico e senza armi, conclude Bolis, è il mondo che siamo in via di costruire, ma che non è ancora: noi dobbiamo camminare verso quella prospettiva, ovviamente”.

Ascolta l'intervista integrale a don Ezio Bolis: