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Santa Sede: fare di più per proteggere i civili da crimini di guerra

Mons. Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede presso l'Onu - RV

Mons. Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede presso l'Onu - RV

di Emanuela Campanile

Riconoscendo l’onesta ammissione dell’esistenza di un divario tra gli impegni presi e la quotidiana realtà vissuta dalle popolazioni esposte a rischio genocidio, crimini di guerra, epurazione etnica, e crimini contro l’umanità, registrato dal Rapporto del segretario generale sulla Responsabilità della protezione e prevenzione, e invitando a colmare questa distanza in quanto “responsabilità collettiva che interpella tutti ad un’urgente intervento”, mons. Bernardito Auza ha aperto il suo intervento del 6 settembre scorso all’Onu di New York.

“La Responsabilità di proteggere - ha affermato l'osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite - è intrinseca nella relazione tra coloro che governano e coloro che sono governati, allo stesso modo in cui è elemento essenziale per il bene comune. C’è un consenso universale - spiega Auza - che questa responsabilità primaria di ogni Stato sia il primo pilastro della norma”. Da qui, il riferimento al Summit mondiale del 2005  in cui venne definita la Responsabilità di protezione, e al domenicano Fra Francisco de Vitoria, uno dei padri del diritto internazionale e di quei concetti che si svilupparono poi all’interno delle Nazioni Unite.

“Oggi esiste pressoché un generale consenso politico - prosegue - che questa responsabilità collettiva di tutti gli Stati sia il secondo pilastro della norma”. Essendoci poi un crescente consenso secondo cui la Comunità Internazionale, attraverso le Nazioni Unite, ha la responsabilità di usare gli appropriati mezzi diplomatici, umanitari e altri mezzi di pace per aiutare a proteggere le popolazioni da crimini contro l’umanità, genocidi, epurazioni etniche, crimini di guerra, i Paesi  hanno accettato di essere preparati a prendere azioni collettive in modo tempestivo e decisivo, attraverso il Consiglio di Sicurezza, in accordo con lo Statuto delle Nazioni Unite, basandosi caso per caso, in cooperazione con le organizzazioni regionali.

"La più grande sfida  per l’attuazione della Responsabilità di protezione - spiega il nunzio - consiste in questo terzo pilastro che rimane un monito per l’intera comunità internazionale a superare tali atrocità", renderlo più attuabile, dunque, è la chiave per una decisiva e tempestiva applicazione della Responsabilità alla protezione.

A chiusura del suo intervento, mons. Auza conferma da parte della Santa Sede, il sostegno alla validità della Responsabilità a proteggere e la speranza di una piena, imparziale e consistente sua applicazione, appoggiando tutte quelle iniziative che faciliteranno la protezione dei civili e le operazioni di pace.  E sempre da parte della Santa Sede, il richiamo ad una concreta applicazione di questa responsabilità anche nel contesto delle migrazioni: “Quando la Comunità Internazionale fallisce di esercitare adeguatamente la Responsabilità a proteggere, tutti noi abbiamo la responsabilità urgente, come ha chiesto Papa Francesco, di accogliere, proteggere, promuovere e integrare le vittime di questi fallimenti”.