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Parkinson: al Gemelli un percorso chirurgico per i malati

Dott.ssa Anna Rita Bentivoglio, neurologa al Policlinico Gemelli - RV

Dott.ssa Anna Rita Bentivoglio, neurologa al Policlinico Gemelli - RV

di Michele Raviart

 

Curare il Parkinson attraverso la chirurgia e un percorso multidisciplinare che possa permettere al paziente di migliore sensibilmente la qualità della vita. E’ quanto offre il Policlinico Gemelli con l’intervento di “stimolazione cerebrale profonda (dbs)”, per la prima volta disponibile a Roma in maniera stabile e al centro di un convegno dedicato al trattamento della malattia nell'ospedale.

Il Parkinson, con 230 mila malati in Italia e un aumento che va dagli 8 mila ai 12 mila nuovi casi l’anno, è la seconda malattia neurodegenerativa più diffusa nel mondo occidentale dopo l’Alzheimer. Colpisce in genere dopo i 65 anni e, a causa delle limitazioni all’attività motoria, ha forti implicazioni sociali. Sebbene ad oggi non sia possibile guarire dal Parkinson, numerose sono le terapie a disposizione, per una malattia i cui sintomi cambiano con il passare degli anni. “Sicuramente abbiamo oggi nel nostro armamentario un’enorme possibilità di cure, a partire dalle terapie più semplici e meno invasive, basate su farmaci che si assumono per bocca o attraverso dei cerotti che si applicano sulla pelle”, spiega la neurologa Anna Rita Bentivoglio, responsabile dell’unita per i disturbi del movimento al Gemelli. Tuttavia con il passare degli anni, spiega ancora il medico, il paziente “entra in una fase complicata, in cui non viene persa la risposta ai farmaci, ma si osservano degli effetti collaterali che possono essere molto fastidiosi”.

Arrivati in questa fase, si possono tentare altre terapie, più invasive e impegnative. La "stimolazione cerebrale profonda" è una di quelle più efficaci, sperimentata negli ultimi venti anni ed inaugurata in Italia proprio al policlinico Gemelli. L’intervento chirurgico consiste nell’impianto di un elettrodo in una parte del cervello disfunzionale per chi è afflitto da Parkinson, che controlla e riduce i sintomi della malattia. Si valuta infatti che il miglioramento motorio dei pazienti dopo l’intervento sia del 60% rispetto a prima, così come il numero dei farmaci necessari alla cura sia ridotto della metà, con il conseguente abbassamento degli effetti collaterali. “Qui sono operati in media due paziente al mese, ma la prospettiva è quella di allargare il bacino di utenza”,spiega la neurologa Carla Piano. A beneficiare dell’intervento, le cui conseguenze positive possono durare anche 11 anni, “sono fondamentalmente pazienti di qualunque età sotto i 70 anni, anche se sono sempre più le persone giovani che si giovano di questo intervento, in quanto si allarga la finestra di tempo dei benefici, prima delle complicazioni dovute alla progressione della malattia”, spiega ancora la dottoressa Piano.

Il paziente che si sottoporrà all’intervento di “dbs” al Gemelli sarà al centro di un percorso che coinvolge vari medici specialistici ( dal geriatra, al neurologo, al fisiatra) nelle diverse fasi della terapia e dell’intervento. Spiega la geriatra Rita Lo Monaco: “prima si faceva la diagnosi di una malattia e la si curava. Adesso con la medicina moderna non si cura più la malattia, ma la persona. La “dbs” ha cambiato nettamente il volto della cura al Parkinson, perché consente di vivere un percorso di malattia completamente diverso, sicuramente con più speranza.

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