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Tweet del Papa: cristiani, ebrei e musulmani preghino per pace

Incontro per la pace in Vaticano nel 2014 - EPA

Incontro per la pace in Vaticano nel 2014 - EPA

di Giada Aquilino

Nel nostro tempo c’è tanto bisogno di pregare - cristiani, ebrei e musulmani - per la pace”. Così il Papa nel nuovo tweet pubblicato sull’account in nove lingue @Pontifex. Già all’udienza generale del 7 giugno scorso Francesco aveva chiamato alla preghiera interreligiosa per la pace, evocando l’incontro avuto in Vaticano con l’ex presidente israeliano Shimon Peres e il presidente palestinese Mahmoud Abbas, alla presenza del Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, avvenuto l’8 giugno 2014.

Chiamare cristiani, ebrei e musulmani alla preghiera per la pace oggi significa innanzitutto “riconoscere una certa necessità da parte delle comunità religiose, almeno delle tre religioni abramitiche, di trovare spazi in armonia per condividere i tesori religiosi di cui sono portatrici, con momenti di preghiera insieme”, sottolinea Paolo Frizzi, docente di Teologia e prassi del dialogo interreligioso e coordinatore del Centro di ricerca sugli studi globali all’Istituto universitario Sophia di Loppiano. Le sfide odierne, prosegue Frizzi, “sono intercontinentali, globali, interculturali e anche interreligiose: non riconosciamo una responsabilità diretta delle religioni nei conflitti ma una possibilità che le religioni hanno di contribuire alla pace aprendo spazi di comunione, di dialogo e anche di preghiera insieme”.

D’altra parte, ha sottolineato più volte Papa Francesco, le religioni sono chiamate a “edificare la cultura dell’incontro e della pace”, parlando di “pazienza, comprensione, passi umili e concreti”. Secondo Frizzi, “è giusto riconoscere che le religioni hanno al loro interno delle qualità che possono permettere e favorire una cultura di pace e di dialogo”, pur riconoscendo che “non sono sufficienti da sole” per costruire la pace. “Non si può pensare che né i fedeli né i leader religiosi da soli - anche quelli aperti al dialogo, anche quelli che costruiscono quotidianamente, come capita anche nelle zone più critiche del mondo - possano costruire, edificare ma soprattutto mantenere e custodire una società e una cultura di pace”. Serve il “coinvolgimento della società pubblica” e, aggiunge, uno sforzo maggiore “da parte dei leader politici”.

La Santa Sede, nei consessi internazionali, ha rimarcato come la società sia comunque tenuta a vincere la tentazione di servirsi del fattore religioso: le religioni non devono mai essere strumentalizzate e mai possono prestare il fianco ad assecondare conflitti e contrapposizioni. Secondo l’esperienza di Paolo Frizzi, negli ultimi decenni “almeno per quanto riguarda le tre religioni” gli sforzi e i passi avanti fatti sono stati “incredibili”: “un certo sforzo a rivedere, ripensare le posizioni, il percorso, è ancora in atto”. Per il docente di Teologia e prassi del dialogo interreligioso “siamo ancora nel mezzo di un cammino”: certamente le urgenze e le necessità, che vengono da conflitti e da situazioni di guerra implicita o esplicita, “non possono far abbassare la guardia” e “non possono farci pensare che siamo alla fine del percorso”. All’opposto, rimarca, “dobbiamo continuare e credere che il dialogo e la cultura di pace sono possibili in ogni parte del mondo”.

Ne sono prova i tanti incontri interreligiosi portati avanti: “sono reduce - spiega Frizzi - da una settimana di summer school, in Trentino, tra l’Istituto universitario Sophia e l’Islamic Institute of England, uno dei più importanti centri di irradiazione culturale sciita in Occidente”. Quaranta giovani si sono riuniti per una settimana e hanno seguito workshop, lezioni, seminari. “Tutto ciò viene da una collaborazione di decenni tra il Movimento dei Focolari, l’Istituto Sophia, l’Islamic Institute of England, con in particolare l’imam Mohammad Shomali, e il Centro di ricerca per gli studi islamici di Qom in Iran”. Una esperienza, conclude, che insegna come si debba “giocare il nostro rapporto di dialogo sul lungo periodo”.

Ascolta e scarica l’intervista al prof. Paolo Frizzi: