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Barcellona, decine di migliaia in piazza per chiedere l'unità

Barcellona, la marcia degli unionisti - AFP

Barcellona, la marcia degli unionisti - AFP

di Elvira Ragosta e Adriana Masotti

Decine di migliaia di persone provenienti da tutta la Spagna in piazza oggi a Barcellona per sostenere l’unità del Paese. Il tema della manifestazione, organizzata dalla Societat civil catalana, è “Prou! Recuperem el seny”, cioè “Basta! Recuperiamo il buon senso”. Al corteo di catalani e spagnoli che si oppongono all’indipendenza della Cataogna aderiscono i popolari del premier Mariano Rajoy e i centristi di Ciudadanos; il Partito socialista catalano non si è unito, ma ha invitato i suoi militanti e simpatizzanti a parteciparvi.

Ieri una serie di mobilitazioni spontanee si sono svolte in diverse città spagnole, alcune a difesa del dialogo tra Madrid e Barcellona, altre per sostenere l’unità nazionale: in tanti hanno manifestato a Barcellona con cartelli con la scritta 'hablamos?', mentre a Madrid si svolgeva un corteo in difesa della Costituzione.

E, mentre aumenta il clima di incertezza economica confermato dall’esodo di imprese catalane da Barcellona, c’è attesa per la riunione di martedì del parlamento catalano in cui il presidente della Generalitat, l'indipendentista Carles Puigdemont terrà un discorso sulla situazione politica. Da Madrid, il premier spagnolo, Mariano Rajoy, in un'intervista a El Pais, ha chiarito che "non esclude" di adottare l'art. 155 della Costituzione iberica che di fatto porterebbe alla sospensione dell'autonomia della Generalitat catalana.

Intanto, ieri, secondo quanto riportato dall’agenzia Sir, il vescovo di Tarragona,  mons. Jaume Pujol, ha scritto una lettera-appello ai sacerdoti della sua arcidiocesi perché, in questo delicatissimo momento di incertezza per il futuro della terra catalana, siano artigiani della pace, promotori di fratellanza, evitino di prendere qualsiasi presa di posizione che possa essere causa di contrapposizione e siano “elementi di unione e non divisione”. Nella lettera mons. Pujol scrive: “Penso che tutti stiamo soffrendo molto in questi giorni e non sappiamo dove andrà a finire questo processo”. In questo stato di incertezza è dunque normale chiedersi: “Cosa dobbiamo fare? Che cosa posso fare?”. Il vescovo invita i suoi sacerdoti a pregare nella certezza di quanto è scritto nel Vangelo: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto”. E poi aggiunge: “Siamo artigiani di pace, aiutiamo a costruire la fratellanza, parliamo di ciò che è l’essenziale della nostra fede, di ciò che ci unisce”.

 

Sul significato delle manifestazioni di chi chiede sia mantenuta l'unità della Spagna o comunque la riapertura del dialogo tra il governo di Catalogna e quello di Madrid, il commento di Robert Roche, docente di psicologia all'Università Autonoma di Barcellona dove dirige un gruppo di ricerca, il Lipa, sulla prosocialità e membro del Movimento dei Focolari:

Ascolta e scarica il podcast con l'intervista a Robert Roche

R. - Secondo me sono importantissime, perché  la situazione è inquietante per la presenza di un confronto che fino ad ora è stato, almeno da parte degli indipendentisti, pacifico; si parla infatti di sorrisi, i fiori … Ma, queste manifestazioni per il dialogo sono importantissime. Vediamo che in Catalogna si aprono tanti spazi di mediazione nei collegi professionali, nelle università. Ad esempio, la mia università sta partecipando a questa mediazione, a questo dialogo. Questo per me ha valore e mi sembra importante che cresca il numero di queste manifestazioni. Serve però anche che si concretizzino nell’azione affinché questa chiamata sia accolta.

D. - Evidentemente la richiesta di dialogo manifesta diverse sensibilità: cioè, dialogo sì, poi ci sono diverse soluzioni che tanti stanno pensando …

R. - Sì. Sintetizzando moltissimo - perchè c’è un storia alle spalle che ci ha portato fino a qui -  possiamo dire che sarebbe uno sbaglio non tener conto di una parte della Catalogna che non vuole più autonomia, che sta bene così. Invece l’altra parte che aspira ad un’indipendenza è cresciuta anche grazie ad uno sbaglio del governo centrale che ha mancato di sensibilità. Questo dura già da anni, sono anni che ci sono queste aspettative di indipendenza. Di colpo ci si è resi conto che la questione era molto forte. Direi che a questo punto ci vorrebbe una pacificazione, una conciliazione. Ho scritto un mio piano di soluzione articolandolo in nove punti, ma ovviamente non esprimo solo il mio pensiero. La mia posizione è che questo vincolo con la Spagna andrebbe mantenuto, ma approfondendo molto la possibilità di una maggiore presenza a livello decisionale per la Catalogna, una maggiore sovranità. Ci vorrebbe a questo punto anche un’amnistia generale, perché sapete che ci sono tanti politici che sono stati richiamati dalla giustizia non per cose violente, ma solamente perché hanno manifestato, espresso queste aspirazioni.

D. - Di fronte a quello che è successo nei giorni scorsi in Catalogna, alcuni commentatori hanno ricordato, con i dovuti distinguo, la tragedia dei Balcani, dove persone che prima convivevano tranquillamente ad un certo punto hanno incominciato ad odiarsi. Qual è la situazione, il clima, i sentimenti della gente oggi in Catalogna?

R. - Dobbiamo accettare – anche se è un po’ triste – che se a livello razionale si è capaci un po' di capire il ragionamento dell’altro, le emozioni invece cominciano ad essere forti, a salire verso un senso di disaffezione all’interno della Catalogna, ma anche con gli altri popoli della Spagna. È vero, adesso la situazione è preoccupante. Certo, si vede in questo movimento indipendentista un grande desiderio di operare pacificamente ma, con i tanti fattori che giocano nel confronto, non si sa mai quando qualcosa può accendersi. Sappiamo che qui in Catalogna non c’è un esercito, quindi... ma è vero che stiamo vedendo una scalata non solo nel pensiero, ma anche nelle emozioni.

D. - Un appello alla prudenza e all’unità è venuto anche dal vescovo di Tarragona, che scrive ai suoi sacerdoti: “Non dimentichiamo che siamo pastori di tutti i fedeli [….] Non prendiamo pubblicamente posizioni che possono esser causa di contrapposizione”. Come sente lei in questo momento, la presenza della Chiesa?

R. - Sono assolutamente d’accordo con il vescovo. Credo che la Chiesa, lo stiamo vedendo anche nelle associazioni, nei movimenti, cerca di rinforzare l’unità anche per superare le possibili emozioni che ci sono anche all’interno dei gruppi della Chiesa. Si cerca di rinforzare questa unità. E mi sembra che tutti questi gruppi religiosi sono uno stimolo per la società per diffondere quello che anche tanti non credenti sentono: questo senso naturale dell’umanità, dell’essere umano.